Lettera aperta a De Santis

Dom, 26/04/2020 - 17:30

De Santis, che non ti sputo se no ti profumo, ho saputo che, oltre ad avere messo in dubbio le mie prestazioni sessuali, vai in giro a dire che io sono inferiore a te e che mi dai da mangiare con i soldi delle tasse che paghi.
Ah, bastàsu e caìnu! A parte il fatto che pagare le tasse dimostra quanto sei cugghjùni e segna un punto a favore mio che non le pago, devi sapere che mentre io, già dal tardo Medioevo, ero Nazione tu, fino al 1860, eri una accozzaglia di staterelli ci-ci e ci-ci chi si ruppìanu ‘i corna tra di loro e “mi sun qua e mi sun là e mi sun de Milan”.
Devi sapere, De Santis, in qualità di escrescenza fetùsa, che quando sei venuto a “liberarmi”, come dici tu, da Francischiello, io avevo il triplo e anche più delle ricchezze che avevi tu e, ammesso che tu abbia fatto il grande passo dalla scrittura cuneiforme a quella attuale, leggiti cosa scrisse Francesco Saverio Nitti in “Il Bilancio dello Stato dal 1862 al 1897”: “L’Italia del Regno delle due Sicilie ha portato in dote minori debiti e più grande ricchezza pubblica con un notevole esodo di questa dal Sud al Nord”.
E, sempre Nitti, in “La Finanza Italiana e l’Italia Meridionale”: “Nei vent’anni che seguirono l’Unità, le più grandi fortune furono fatte quasi esclusivamente dagli imprenditori di opere di Stato fra i quali non vi era quasi alcun meridionale come risulta da un documento parlamentare presentato dall’onorevole Saracco”.
Fra l’altro, mentre tu rischiavi di morire di pellagra perché mangiavi solo panìculu - com’e gajìni - ‘nta chissi lacchi (ma che te lo spiego a fare, tanto non è cazzu toi ‘u mi capisci?) io avevo un sistema sanitario che veniva studiato da tutta Europa e una mortalità infantile infinitamente inferiore - questa volta si, inferiore - alla tua.
Mi dici, propia tu chi sÎ ‘nu sumèri c’a capìzza, che mi hai portato la cultura? Giusto, certo, l’hai portata, ma sulla punta delle baionette dei giannizzeri piemontesi che hai mandato all’indomani del 1860 a occuparci e chiudere le scuole per quindici anni per impedire che un’intera generazione potesse emanciparsi in modo da creare una frattura nella memoria storica né più né meno come in 1984 di Orwell.
Quando tu abitavi ancora nelle palafitte e parlavi ancora a gesti e gli unici suoni che emettevi con la voce erano grugniti o usavi i verbi all’infinito come Tarzan o i nativi d’America dei film, per intenderci, io a Siracusa, a Locri, a Crotone, a Sibari, a Metaponto andavo nei teatri a elevare l’anima ascoltando i versi di Nosside e le tragedie greche, a godere della vista dei templi che avevano costruito i miei architetti, ad imparare da Pitagora che il triangolo costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti (ma anche questo non è cazzu toi m’u capisci) e a sentirlo parlare di Filosofia.
Usavo l’abaco per fare i conti quando tu l’unico modo che conoscevi per dire ai tuoi simili Longobardi, dei quali porti ancora il nome e con i quali ti ubriacavi attorno al fuoco dell’accampamento, che avevi quattro capre, era quello di spezzare in quattro parti un legnetto. E, visto che parliamo di nome, tu non puoi saperlo ma ti dico, anche a costo di scioccarti - e alla tua età potrebbe esserti fatale - che fino ad Augusto Italia si chiamava la parte meridionale della Calabria dalla quale ti scrivo.
E, perciò, testa di chjùppu, dici al tuo capopolo, del quale non si sa più se ce l’ha duro ma per certo ce l’ha piccolo (cito Alex Drastico) di mordersi la lingua quando va per urlare “prima gli Italiani”. Cazzòne!
E se credi che in fatto di cultura abbia finito ti sbagli. Perché ti voglio ancora ricordare che, in tempi più recenti, il 2014, la tua conterranea e ministra per l’istruzione, Mariastella “indossatrice compulsiva di occhiali da vista” Gelmini, universalmente ricordata come il ministro della Pubblica Istruzione Italiana che voleva togliere la Geografia dalle materie di insegnamento nei licei, non contenta, aveva anche proposto che dai programmi scolastici venissero depennati diciassette autori meridionali. Tra questi, nomi del calibro di Ungaretti, Sciascia, Serao, Vittorini, Rea, Bufalino.
Hai detto, De Santis, botta di sangu!, che tu e i tuoi potete vivere senza noi altri mentre noi senza di voi moriremmo di fame e ‘i ccà si vidi ca vi futtìstivu ‘u ciravèju.
Non sei tu che canti “O Mia Bela Madunina”? È la tua canzone o mi sbaglio? Allora, mi devi spiegare come si possono coniugare le tue parole con il contenuto della canzone. Soprattutto verso la fine, quando afferma il concetto della mano tesa: Si vegnì senza pagüra, nümm ve slùngheremm la man.
Dovresti fare pace con te stesso, testa ‘i bagghjòlu, e decidere se il tuo orgoglio di lombardo che dice boiate come quella che i napoletani sono stati fortunati a prendere il colera mentre a voi è toccato prendere il Coronavirus più pericoloso e che non ti interessa andare a Napoli perché, tanto, non hai nessuna intenzione di fare il posteggiatore abusivo, può accordarsi con l’ostentazione che fa il tuo leader della coroncina del Rosario in televisione e nelle piazze.
Questa volta quello che non capisce sono io, ma mi piace pensare che sia perché i misteri della fede sono più misteriosi di quanto non si pensi.
Anche se, tuttavia, il dubbio ca tu, De Santis, ndai ‘a testa chjna ‘i mmerda non mu caccia nuju.
Comunquemente, sono d’accordo sulla tua proposta di separarci: tiriamo una linea e dividiamo il sud dal nord. Voi vi tenete le fabbriche, le Fiere mondiali, le squadre di calcio, la sanità, il commercio, la moda, le tasse che versate, Berlusconi, Agnelli, Benetton, Del Vecchio, la Confindustria, i grandi quotidiani con i quali influenzare la vita politica, tutte quelle cose con le quali dici che ci avete sfamati finora.
A noi restituiteci i nostri conterranei che lavorano su da voi, moltissimi dei quali occupano posti nei quali si sono fatti valere tanto da essere diventati indispensabili, e che causano il tuo bruciore di culo.
Ah, che sbadato!, dimenticavo: ridateci anche la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra e la corona unita.
Lo so, vi ci siete affezionati ma non è che ogni volta dobbiamo lasciare tutto a voi.
Per concludere, abbiamo citato un verso in milanese, mi pare giusto licenziarmi citando qualcosa della tradizione napoletana: Avoglia a mitt’o rhum, ‘u strunz nunn’addivènta babbà.
Che c’entra, dici? Fatti ddu’ cunti, testazza!

Autore: 
Sergio M. Salomone
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