Ma ‘ndo vai si l’autocertificazione nun ce l’hai?

Dom, 29/03/2020 - 18:00

Agli inizi di questo millennio Emmanuel Carrère diede alle stampe un romanzo di appena una cinquantina di pagine che vi consiglio di leggere e che si intitola “Facciamo un Gioco”.
La storia trae spunto da una lettera indirizzata alla sua compagna, nella quale egli detta le regole di un gioco un tantinello osé (per stare in fascia protetta) da fare mentre lei sta compiendo un viaggio in treno.
Mia nonna avrebbe laconicamente commentato: «Eh, ‘u non ndavìri a chi fari!»
E, datosi che “a chi fari”, per colpa del virus, non ne abbiamo quasi nessuno, vorrei proporre a chi legge di fare anche noi, tutti assieme, un gioco.
Non di quel tipo, anche se a tanti, ce li vedo, dispiacerà (con loro ci riuniremo separatamente più tardi in un’altra chat), ma un gioco che… gnente de straordinario, roba der paese nostro, che quanno c’è ‘a salute c’è tutto, insomma, e chi sse ne frega de’ scarpe nove.
Il gioco consiste nell’indovinare da quale contesto sono tratte le tre frasi che scriverò.
Per riuscirci, è ammesso fare una domanda. Una sola. Ed è vietato andare a cercare su Google. Che gusto ci sarebbe?
Ah, dimenticavo, non si vince rigorosamente niente.
Le frasi, allora: …prigione tu, prigioniero io; …tu con il cuore nel fango; …ma non sai che pena mi dai.
Via alle telefonate.
«Pronto? Come ti chiami e da dove chiami?»
«Sono Peppe, da Agnana. Da un libro?»
«No, ritenta».
«Pronto? Come ti chiami e da dove chiami?»
«Sono Sasà da Drusù. Da  una canzone?»
«E andiamo! Sai anche dirmi il titolo?»
«Vacanze Romane dei Matia Bazar?»
«Fiato alle trombe, Turchetti. Sasà hai vinto».
Simpatico, vero? No, eh? Non è il tiramisù che vi aspettavate. Avete ragione, nemmeno per me.
Ci ho provato, però, perché sono disperato: da un mese buono sono rinchiuso in casa a Roma, la città nella quale da ogni parte del mondo vengono per passare la vacanza della vita e della quale racconteranno e faranno vedere le foto a amici e nipoti ogni giorno che resterà loro da vivere, e metto il naso fuori di casa solo per portare fuori Fidel tre volte al giorno e senza allontanarmi per più di duecento metri per via dei controlli.
Guardando “in cagnesco” i padroni degli altri cani, peraltro ricambiato, per scoraggiare qualsiasi tentativo di chi, esasperato dalla solitudine, osasse oltrepassare la fatidica distanza di sicurezza.
Cani, poi, che, quasi avvertendo la tensione, nemmeno strattonano più per avvicinarsi e salutarsi alla loro maniera annusandosi il sedere.
Abbiamo mutuato dai nostri fedeli amici quadrupedi tanti comportamenti, come l’etologia insegna, ma sono più che contento che abbiamo tralasciato di imitarli in questo.
Sarebbe davvero imbarazzante, con tanta gente in giro che non saprebbe fare a meno di leccare.
Fine del gioco, dunque, e liberi di tornare alla vostra scala quaranta con Harvey il coniglio.
Io, però, no, alle mie vacanze romane non rinuncio e, agghindato in pergamena liscia, col telefonino a piena carica per le foto ricordo, parto per un tour immaginario. Oltre lo spazio e oltre il tempo.
E da dove iniziare se non dal Colosseo? Il “mio” Colosseo.
Ampio, rassicurante, ben conservato, a dispetto degli elementi che lo hanno battuto.
Non si può non restarne affascinati, avviluppati, dall’atmosfera che vi si respira e turbati per le sensazioni e i moti che suscita nell’anima.
Le vicende vissute all’interno d’esso sono evocate, quasi raffigurate, in ogni graffito sulle sue mura, in ogni crepa, negli sbrecchi di ogni mattone.
Echeggiano, per chi sappia ascoltarle, le voci di coloro i quali in esso vissero le loro esistenze.
Si avverte l’intensità dei sentimenti che vi albergarono, l’empatia che ne fece una sola compagine, un solo corpo vivo.
L’afflato che ne permise la convivenza. Le lacrime e i sorrisi.
La portata dell’evento che mise insieme persone le quali, trovatesi a condividere la stessa sorte, apportarono il loro contributo spontaneo senza risparmiarsi per raggiungere il comune obbiettivo.
Senza mai indietreggiare, nemmeno per prendere la rincorsa, senza mai più fare distinzione tra l’interesse di uno e quello di tutti.
Ma, più d’ogn’altra cosa, vi è rimasto, sospeso a mezz’aria, quasi palpabile, il pulsare, tump, tump, tump, del sangue di quei “cristiani” che non rinunciarono mai alla fede e alla speranza.
E alla carità che è l’amore.
Senza mai farsi vincere dallo sconforto. Mai, nemmeno quando dall’arena i leoni, impazienti, già reclamavano il pasto.
Le gioie, le vittorie, le soddisfazioni, le aspettative e i sogni realizzati, dal soffitto, accendono spot sulle scene del tempo che si vedono, ancora vivide, e sui protagonisti che le rappresentano.
Come dite? Non ci sono soffitti nel Colosseo? Non ci siamo capiti, allora.
Io stavo visitando il “mio” Colosseo, quello che ho realizzato insieme con i miei quattro “gladiatori”.
Con i quali siamo stati sempre uno per tutti e tutti per uno più ancora dei Moschettieri.
Dal quale sono lontano, in esilio, nella più bella città del mondo ma pur sempre lontano.
Al quale sogno tutte le notti di tornare al più presto e del quale sol da lungi il tetto saluto.

Autore: 
Sergio M. Salomone
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