Mal al Comune mezzo gaudio

Dom, 29/10/2017 - 11:00

“Il senso di inutilità è uno dei sentimenti più devastanti che si possano provare - sosteneva lo psicoanalista e scrittore Aldo Carotenuto, - tanto è vero che nei lager nazisti uno degli strumenti di stress psicologico più efficaci era proprio quello di ordinare ai prigionieri di compiere un lavoro per poi disfarlo nuovamente”. Questo il sentimento che da qualche anno sta tentando di impadronirsi della Locride. Ci ordinano di fare e poi disfano a loro piacimento. Per abbatterci, per farci sentire inutili. E la cosa paradossale è che ci stanno riuscendo con una disposizione - a mio avviso - inutile: quella contenuta nell’art. 143 del TUEL, ovvero l’articolo che disciplina lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso.

L’articolo è inutile per almeno due motivi. Innanzitutto, se nel giro di pochi anni si arriva al secondo e in alcuni casi anche al terzo scioglimento di un comune, è evidente che quanto disposto non produce risultati apprezzabili. A questo bisogna aggiungere che l’art. 143 è il restyling della legge 221, nata nel 1991 da una situazione di emergenza, come risposta alla decapitazione avvenuta a Taurianova di un affiliato alla ‘ndrangheta la cui testa fu lanciata in aria e fatta oggetto di un macabro tiro al bersaglio a pistolettate. La norma doveva avere valore preventivo e affidava al ministero dell’Interno il potere di sciogliere i Comuni in modo autonomo e svincolato dalle indagini della magistratura, lunghe e complesse. Si trattava di una misura “straordinaria”, giustificata dall’urgenza del contrasto ai fenomeni eversivi di tipo mafioso. Nel frattempo, però, ne è passata di acqua sotto i ponti e l’art. 143 è stato superato dai progressivi avanzamenti delle riforme dell’amministrazione locale. Perciò bisognerebbe trovare una giustificazione all’esistenza di un potere, che, nato come emergenziale, è parte di una legislazione che oggi ha portato a livello ordinario il contrasto alle mafie e che perciò è inserito in un sistema più ampio di poteri “anticrimine” avente uguale scopo, ovvero il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione.
Bisognerebbe, inoltre, domandarsi se l’art. 143 TUEL, sia “ancora” una norma costituzionalmente legittima, alla luce dei principi sanciti dall’attuale normativa di prevenzione dei reati nella pubblica amministrazione.

Prendiamo, ad esempio, gli articoli 10 e 11 del decreto legislativo n. 235 del 2012 (c.d. legge Severino) che prevedono rispettivamente l’incandidabilità alle cariche elettive degli enti locali dei soggetti condannati con sentenza penale definitiva e la sospensione di diritto dalla carica dei soggetti condannati con sentenza penale non definitiva (nonché dei semplici indiziati) per il delitto di associazione di tipo mafioso.

Ne consegue che chi non rientra in queste “categorie” è candidabile e non perde la titolarità dell’ufficio. Vige, però, al tempo stesso l’articolo 143 del TUEL, ai sensi del quale il consigliere comunale o provinciale, anche qualora - per gli articoli di cui sopra - sia candidabile o non sospendibile, può essere “reso incandidabile” al turno elettorale successivo.
Inoltre, il decreto legislativo 235 del 2012, fa derivare l’incandidabilità a una sentenza; si basa, quindi, su presupposti di natura giurisdizionale.

L’art. 143 comma 11 configura, invece, una sorta di sospensione amministrativa automatica del diritto di accesso alle cariche elettive, in conseguenza di un mero quadro indiziario, che fa riferimento a «concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare con gli amministratori», senza precisare di che genere sono questi «elementi» (se di controllo si tratta, il parametro dovrebbe essere sottratto all’arbitrio del controllore). E la decisione di questa sospensione è affidata a un organo governativo. Si tratta perciò di una decisione squisitamente politica, oltre che altamente discrezionale e pertanto non è azzardato ritenere che lo scioglimento da strumento divenga strumentale.
A questo bisogna aggiungere che l’amministratore locale semplicemente sospettato dall’organo governativo (ministro dell’interno, consiglio dei ministri, prefetto) subisce, per effetto dell’art. 143 comma 11, lo stesso trattamento limitativo che l’art. 10 D.lgs. 235 del 2012 riserva all’amministratore condannato con sentenza non definitiva per associazione a delinquere di tipo mafioso.
Ci si trova di fronte a un trattamento eguale in situazioni diverse, in violazione dell’art. 3 Cost. Basterebbe questo per considerare la norma incostituzionale. Ma c’è di più.
L’uguale trattamento in situazioni diverse insieme all’incertezza nell’applicazione della misura interdittiva, finiscono, infatti, per incrinare gravemente la pari capacità elettorale passiva dei cittadini, riconosciuta dall’art. 51 della Costituzione.

Ulteriore effetto dello scioglimento è, poi, la sospensione dell’autonomia degli enti locali, garantita dagli articoli 5 e 128 della Costituzione.
Altro particolare, di non poco conto, è che la norma, al fine di garantire un buon andamento della pubblica amministrazione, consente di sciogliere un consiglio comunale che non dirige l’amministrazione ma ha competenze di indirizzo e di controllo sulla stessa. Pertanto sciogliendolo viene meno l’unico baluardo rimasto affinché l’amministrazione possa essere trasparente anche nei suoi difetti. Sciogliere il consiglio per fatti ascrivibili a singoli consiglieri o per cattivo andamento degli uffici può voler dire, perciò, dare battaglia vinta alla criminalità organizzata. E non solo: a vincere sono anche i poteri che non rispondono alle comunità amministrate - incluso quello del governo - che, così facendo, aumentano le loro capacità di oscurare la responsabilità dell’azione degli enti locali. Inoltre, colpire il consiglio per il malfunzionamento di un’amministrazione mette in pericolo anche la tutela del principio di rappresentanza politica, rappresentanza in virtù della quale si esercita il controllo civico sull’attività dell’esecutivo e della amministrazione da esso diretta. Quindi prima di gioire per l’arrivo della commissione d’accesso a Siderno, pensate che state esultando nel vedere appallottolato e incestinato il vostro diritto di essere rappresentati politicamente.

Ultimo punto su cui vorrei soffermarmi: la discrezionalità con cui il governo decide. Essa permette al governo di dare rilievo – riporto uno stralcio della sentenza n. 3340 del 2014 – a «situazioni non traducibili in episodici addebiti personali, ma tali da rendere nel loro insieme plausibile, nella concreta realtà contingente e in base ai dati dell’esperienza, l’ipotesi di una soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata (vincoli di parentela o affinità, rapporti di amicizia o di affari, frequentazioni) e ciò pur quando il valore indiziario degli elementi raccolti non sia sufficiente per l’avvio dell’azione penale o per l’adozione di misure individuali di prevenzione».
Un consiglio comunale può, quindi, essere sciolto qualora dovesse riscontrarsi una sorta di “alterazione ambientale” della funzione amministrativa a cui il singolo amministratore partecipa, volente o nolente. E sappiamo bene che quaggiù individuare un’alterazione ambientale è diventato un hobby assai praticato.
Siamo perciò di fronte all’indeterminatezza.
E più aumenta l’indeterminatezza nel definire cos’è mafia, più è complicato combatterla, più una norma che riconosce al governo il potere di sciogliere i consigli comunali per infiltrazioni mafiose, accertate con ampia discrezione, si allontana dall’essere espressione di una garanzia dello Stato di diritto.
Eppure un noto intellettuale siciliano, prima che si assistesse a questi teatrini, ci aveva avvertiti che non possiamo considerarci al riparo da un fenomeno che la nostra mentalità tende per sua natura a lasciare in ombra: «l’antimafia come strumento di potere, che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando».

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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