Mal d’Africo

Dom, 29/07/2018 - 12:00

Dopo colazione, per tre giorni indimenticabili, si stava a parlare, sotto la grande quercia del rifugio Carra, giornalisti, cineasti e scrittori di buona prosa, cullati dal ronzare delle mosche e dai rumori di cucina che preparavano ragù di capra e felici polpette. Dalle finestre socchiuse guardavo maiali neri, vacche demonizzate, cavallini da western e giovani africoti dalle sembianze greche e “qualche cosa di astratto si impossessava di me” rubando parole e ispirazioni al maestro Battiato.
Per tre giorni e molte ore, e con l’andare lento delle nostre contrade da valicare con viaggiare esperenziale, sentivo parlare con animo passionale, segnando preziosi appunti. Con le sedie sedute a raggio, pantaloni e canottiere, il caldo che faceva in quei tre giorni di luglio scompariva, dando benessere alla mente e ai sensi, e rinascevo nell’orgoglio della mia calabresità più interiore, fortificando il mio agire, ripetendo come un mantra: “Dobbiamo prendere il nostro destino in mano”.
In quell’angolo di natura incontaminata, resistente alle comunicazioni senza fili, ho visto tra le piante il sorriso soddisfatto di Pasquino Crupi andare sottobraccio con Totò Delfino seguiti con paterno affetto da Corrado Alvaro che pensava meditabondo: “Ma Leonida quando arriva a guardare questo bel momento?”.
Io erano anni che non mi ritrovavo chiamato dalle istituzioni politiche a mettermi a confronto su un tema nobile su quale sia la miglior grammatica e sintassi per narrare le nostre Calabrie nella loro vera essenza di luogo. Sì, è stato un piacere stare insieme tra simili per mestiere, fosse anche solo per criticare. Non è mancata qualche lamentazione e qualche piagnisteo, ma ci siamo riconosciuti.
Io Africo l’avevo scoperta dalle pagine del libro di Stajano innamorandomi di Rocco Palamara e già sognando di far di quella storia un western alla Tepepa. Poi Totò, figlio di Massaro Peppe e il professore Pasquino, mi portarono a bere vino dal colore del mar Jonio sulla fiumara e ad ascoltare i versi di poeti di strada della grecanica Bova. E già da allora, con i miei giornali e questi amici felici, diventai anch’io gente d’Aspromonte. Per questo mi sono trovato pronto alla chiamata. E ringrazio Gioacchino Criaco per essere stato scout di questa esperienza in cui le anime nere e prave sono diventate, grazie all’aria di Africo, comunità separata dalla tanta merda che ci circonda.
Ho visto giovani registi calabri raccontare la loro opera finalmente riconosciuta da qualcuno, e per questo incamminarsi assieme verso Africo Vecchio, esploratori della nuova strada. La Calabria di governo e quella creativa che si prendono per mano può essere rivoluzionario.
Tra i versanti della poesia abbiamo rivisto l’Utopia come già accadde a Tommaso da Stilo e a Bernardino l’innovatore.
Ha detto alla fine l’assessore regionale alla cultura calabrese, Maria Francesca Corigliano: “Ci siamo ascoltati, ci siamo guardati, con alcuni ci siamo riconosciuti, con altri semplicemente incontrati. È stato importante”. Uomini e donne a discutere, di libri, di cinema e giornali.
Ecco perché sono tornato dall’Aspromonte con il mal d’Africo. So per certo che non ne guarirò facilmente.

Autore: 
Paride Leporace
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