Mantonico nero di Gerace

Lun, 03/06/2019 - 13:00
I frutti dimenticati

Il mantonico, secondo l’interpretazione colta, era il vino della divinazione, ossia il vino grazie a cui i sacerdoti delle divinità elleniche dell’antica Locri Epizephiri riuscivano a predire il futuro.
In tale interpretazione esiste una forzatura ed un errore di fondo, in quanto in greco classico indovino veniva detto màntis e di conseguenza l’aggettivo corrispondente sarebbe stato manticos, mentre la denominazione mantonico per il vitigno più importante della Calabria, in quanto  esso è in relazione con tanti vitigni d’Italia in funzione padre-figlio, potrebbe essere messo in relazione con la città di Mantinea nel Peloponneso in Grecia, importante nel passato ora ridotta ad un oscuro villaggio. La denominazione di tale vitigno, nella versione bianca, ora coltivato diffusamente solo a Bianco, potrebbe essere interessante in quanto indicherebbe che  il suo arrivo  in Calabria corrisponderebbe alla caduta del Peloponneso in mano ai turchi nel 1534, quando nelle città di Corone e Modone fu organizzata da Carlo V la fuga di tanti aristocratici greci ed albanesi che si erano rifugiati in Peloponneso stesso e provenivano dall’Arbanon (Albania), caduta nelle mani dei turchi, dopo la morte di Giorgio Castriota Scanderbeg nel 1468, che per tanto tempo aveva con successo difeso la sua patria con poche forze contro le forze soverchianti dell’impero ottomano.
Giorgio Castriota aveva aiutato Ferdinando d’Aragona contro gli angioini per cui quando i turchi conquistarono l’Arbanon molti profughi albanesi giunsero in Calabria e si stabilirono prevalentemente in provincia di Cosenza, ma anche nel catanzarese, mentre l’unica colonia albanese in provincia di Reggio fu Casalnuovo di Africo e su tali vicende aveva indagato con puntualità nel passato il gentilissimo ex dirigente scolastico Natale Bruzzaniti di Casalnuovo di Africo, residente ora a Bianco. Casalnuovo fino alle leggi eversive della feudalità dell’agosto 1806 volute da Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, fu casale di Bruzzano.
Fra l’altro da Corone nel 1534 arrivarono aristocratici greci, tra cui i Marcianò e i Rodotà, mentre in provincia di Reggio si stabilirono anche aristocratici albanesi, tra cui i Musacchio, presenti a Gioiosa e gli Araniti i cui discendenti vivono nell’area dello Stretto nel comune di Reggio; essi erano stati principi dell’Arbanon.
Naturalmente la sacra Gerace, ricca di spiritualità bizantina ha ereditato dalla città madre ossia la Locri classica, anche gli antichi vitigni greci, tra cui il mantonico nero, oltre a quello bianco. Si fa presente che il mantonico bianco, diverso da quello di Bianco appunto, veniva coltivato a Brancaleone, a Palizzi ed uno dalla pezzatura molto piccola a Ferruzzano, dove si riscontrano sporadicamente o si sono estinti; naturalmente essi erano differenti da quello più importante di Bianco.
 In riferimento al mantonico nero, uno di dubbia qualità è presente nella mia vigna, salvatosi dalle capre fameliche, dopo essersi arrampicato disperatamente su un ulivo ed è quello di Ferruzzano. Invece una varietà di qualità sublime, in quanto le sue uve sono intensamente aromatiche è pure presente nella mia vigna in numero poco consistente di esemplari, ma è frutto della gentile donazione di  Francesco Cannizzaro. Il mantonico nero aromatico non è stato mai sperimentato nella vinificazione delle sue uve.
Dalle uve del mantonico nero di Gerace invece veniva ricavato un ottimo vino da dessert se esse venivano appassite oppure  un vino “ femminello “ ossia delicato e quindi adatto ad essere bevute dalle donne gentili, nel caso le sue uve fossero state premute in purezza senza essere essiccate, secondo le indicazioni di Pietro Macrì.
Esso in passato era diffuso in tutto il territorio di tale comune e nelle aree circonvicine, ma ora può essere identificato in pochi vitigni sparsi nelle vigne vecchie  in fase di abbandono e quindi bisognerebbe tentare la diffusione, dopo il salvataggio. Fra l’altro, dall’estrazione del suo DNA da parte del ricercatore Angelo Caputo del  Centro Sperimentale di Turi ( Bari ), esso risulta unico e quindi anche per questo meriterebbe un’attenzione migliore.
Con sicurezza  può essere trovato in due soli esemplari  nella vigna ora  trascurata del defunto Salvatore Lacopo in contrada Puzzello nel comune di Gerace, oppure in numero più consistente in quella di Pietro Spanò in contrada Varvàra, che era coltivata con tanto amore, nonostante l’età di Pietro appunto, fino a qualche anno addietro. Esso è presente in un numero più consistente nella mia vigna in contrada Aria Murata nel comune di Ferruzzano.
Rischio di erosione genetica: altissimo.

Autore: 
Orlando Sculli
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