Maria Antonietta Rositani: “La donna va ascoltata, la donna va tutelata”

Dom, 26/07/2020 - 10:30

Ci sono emozioni troppo forti, così forti che sembrano esploderti dentro, così che l’unica soluzione per sopportarle è quelli di tirarle fuori. Ho ascoltato la voce di una donna che ha sofferto, che è stata umiliata, che ha lottato per anni contro la violenza, la rabbia e la vigliaccheria di un uomo, una donna che ha gridato e che continua a gridare aiuto a un mondo che non ha saputo ascoltarla. Un conto è ascoltare questi fatti di cronaca dai telegiornali, ma quando arrivano dalla voce della diretta interessata è tutta un’altra storia…
Cosa pensi della condanna a 18 anni inflitta al tuo ex marito?
Per quanto riguarda la condanna non posso essere felice, perché si tratta di una persona che ha fatto parte della mia vita, è il padre dei miei figli; ma si merita una giusta condanna. Secondo me, persone che fanno determinate cose, questi esseri ignobili, non si meriterebbero 18 anni, ma molti di più. Ma mi chiedo, saranno davvero 18 anni, o saranno poi ridotti in appello o per buona condotta, diventando così 5 o 6? Vivo con la paura che questo possa accadere.
Come si resiste a non avere serenità, per tanti anni, dentro la propria casa?
Affidandoti a Dio. Purtroppo plagiata da quello che pensavo fosse un grande amore e con la speranza che lui potesse cambiare, che accadesse un miracolo, che io lo potessi aiutare. E così sono trascorsi 19 anni in cui ho subito atteggiamenti violenti. Ero così innamorata da non riuscire a vedere il suo lato cattivo; lo giustificavo sempre, prendendomi io la colpa, come se mi meritassi quelle botte. Non volevo accettare che il nostro non fosse amore.
Eri dunque convinta che fosse amore, nonostante tutto?
Da parte mia ero certa di provare un grande amore nei suoi confronti; pensavo che lui, a modo suo, mi volesse bene.
Qual è stata la molla che, alla fine, ti ha fatto reagire?
Il 20 dicembre 2017, quando ha dato botte a mia figlia e l’ho vista cosparsa di sangue, è stato come se il mio cuore si fosse aperto e lui ne fosse finalmente volato via. Ho chiamato i Carabinieri, chiedendo aiuto, perché mia figlia stava male. Devo dire di aver chiesto tantissimo aiuto alle Forze dell’Ordine, ma di non essere stata ascoltata quanto avrei avuto bisogno. Quello che mi è successo si sarebbe potuto tranquillamente evitare.
Prima di essere stata aggredita, dunque, hai gridato aiuto inutilmente?
Sì, ho gridato aiuto tante volte, ho gridato aiuto il 20 dicembre, quando ho chiesto l’intervento dei Carabinieri, ma anche il 12 marzo, telefonando a Carabinieri e Polizia spiegando la mia situazione, ma sentendomi dire solo di restare fuori casa. Magari, se avessero mandato una volante subito in mio soccorso, questo non sarebbe accaduto. Proprio per questo motivo oggi riparto da zero, chiedendo delle risposte dallo Stato per tramite dell’équipe di avvocati che mi sta sostenendo.
Pensi dunque che noi donne non siamo tutelate dallo Stato?
Esiste il codice rosso, uno sportello che dovrebbe tutelare le vittime di violenza, ma che prevede di ascoltare le vittime entro tre giorni dalla denuncia. Tre giorni sono troppi, bisogna essere aiutate subito. Non si può ritornare a casa dal proprio aguzzino, perché si rischia di essere uccise. Proprio come poteva succedere a me quel 20 dicembre, dopo essere tornata a casa, quel giorno sarei stata uccisa se avesse scoperto dove fossi andata. Bisogna sistemare queste leggi, la donna va tutelata, la donna va ascoltata. Il 12 marzo il mio stesso ex suocero, alle 8:05, chiamò i Carabinieri di Ercolano, perché il figlio era scappato dagli arresti domiciliari e aveva paura che fosse venuto da me per farmi del male. Sarebbe bastata una telefonata a Reggio Calabria per fermarlo, cosa che non è stata fatta.
Quella mattina del 12 marzo 2019 dove hai trovato la forza di scendere dalla macchina, di metterti in salvo?
Quando mi sono accorta che le fiamme erano entrate dentro la macchina mi sono detta che non potevo morire. Sono riuscita a aprire lo sportello e mi sono trovata davanti il mio carnefice. E lui, con quello sguardo, mi ha lanciato la benzina in viso, dandomi fuoco, gridandomi di morire. Io gli ho risposto correndo: «No, io non muoio, io vado dai miei figli». Nel frattempo, ho visto una pozzanghera, ho bevuto quell’acqua, mi sono spenta il viso e tamponata le fiamme. C’erano persone vicine a me, ma nessuno mi ha aiutato, stavano tutti fermi a guardare. Quando mi sono rialzata, ho rincominciato a scappare, togliendomi i vestiti per cacciare le fiamme, fino ad arrivare nel salone di una parrucchiera, in cui la signora mi ha dato un asciugamano e un bicchiere d’acqua. Ma io quell’acqua non sono riuscita a ingoiarla e guardandomi allo specchio, mi sono vista deformata. Ma dopo lo shock iniziale mi sono detta: “Maria Antonietta, non importa, sei ancora viva”.
Da allora, che cosa hai subito?
Tantissime operazioni, non riesco a ricordare il numero preciso. Ti posso dire solo che qui a Reggio Calabria un giorno sì e uno no entro in sala operatoria.
Come fai, economicamente, a sostenere le cure?
Momentaneamente sono aiutata dall’ospedale di Reggio Calabria, stanno procurando tutto loro. Però non ci sono solo le cure, mio padre vive con una pensione da 800 Euro e deve mantenere la mia famiglia, la sua famiglia e me. In più, quando sarò dimessa, dovrò sostenere tutte le spese mediche.
In questo lungo periodo chi ti è stato veramente vicino?
Mio padre, i miei fratelli, mia madre, le mie due figlie e degli amici conosciuti solo dopo questa tragedia, che mi hanno regalato forza con la loro presenza e con la loro solidarietà. Sono state persone meravigliose che hanno preferito festeggiare il compleanno con me, in clinica. Non credevo che la vita ti potesse donare tanto amore da parte della gente comune che, al di là del vetro, mi parlava e mi sosteneva. Mi sarei aspettata qualcosa in più, invece, dalle istituzioni, anche se devo dire che l’onorevole Mara Carfagna, venuta trovarmi a Bari quando ero in rianimazione insieme al deputato Francesco Cannizzaro, mi ha donato il suo indennizzo parlamentare, mentre il sindaco di Varapodio, a Natale, ha regalato alla mia famiglia 500 Euro.
Che messaggio vuoi lanciare alle donne?
Quello di aprire gli occhi, di incominciare a vedersi loro stesse per come sono sia dentro sia fuori e di denunciare subito la persona che gli sta togliendo i giorni di vita, perché anche se si respira, in realtà non si sta vivendo e può arrivare il giorno in cui davvero non si vive più. Devono denunciare e allontanarsi subito e non avere paura. Solo così potranno essere veramente aiutate e supportate.
Per aiutare questa donna coraggiosa ad affrontare il suo lungo calvario, possiamo dare un contributo effettuando un bonifico sull’IBAN: IT46L0501803400000016955759, indicando come Causale: Un aiuto subito.

Autore: 
Rosalba Topini
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