Maria Macrì Lucà, una scrittrice ingiustamente dimenticata

Lun, 11/11/2019 - 19:00

Ne sentivo parlare quando ero studente universitario e ancora prima.
Nacque a Gioiosa Jonica il 3 luglio 1899 e morì a Marina di Gioiosa Jonica l’8 luglio 1977.
La sua esistenza è stata segnata da molta sofferenza, non solo perché la donna rimase orfana (poiché il padre Francesco Mario, cui era molto legata, morì in un incidente stradale), ma altresì vedova perché il marito Carmelo Lucà, che faceva parte del Corpo degli Arditi e a cui si era unita nel fiore della giovinezza, morì lasciandola con il ‘‘peso’’ della responsabilità materna di dover accudire due figlie ancora piccole di età. Inoltre la futura scrittrice, cresciuta nel culto di sani princìpi, non venne risparmiata dalle difficoltà economiche, ma seppe reagire con tenacia e volontà alle avversità grazie al suo forte carattere. D’altronde, suoi elementi biografici traspaiono in alcuni suoi scritti.
Nutrì sentimenti patriottici e liberali e durante la prima guerra mondiale ‘‘fu tra quelle donne che parteciparono alla mobilitazione femminile inviando al fronte vestiario e altro, tanto da meritare una medaglia di bronzo al valore civile’’.
Visse la propria vita con l’amore per la letteratura e il folklore calabrese, ma assaporò momenti di gioia anche con la presenza dei nipoti, che le facevano festa in convivi annuali. Non fu insensibile ai problemi che affliggevano l’Italia nel periodo storico in cui era dominante l’ideologia del fascismo. Ottenne riconoscimenti dallo stesso regime, ma nel contempo era stimolata dal sapere e dalla creatività nel vissuto quotidiano.
Pubblicò ‘‘La poesia non muore’’ (raccolta di liriche di cui però non vi è traccia), in cui l’autrice manifestò esperienze vissute in età giovanile ‘‘che si coagularono nell’impianto poetico ancora bisognoso di finiture’’. Nel frattempo collaborava a giornali e riviste con l’approfondimento di aspetti concernenti le tradizioni e la narrativa calabrese.
Partecipò a concorsi letterari finché nel 1956 si aggiudicò la ‘‘Coppa Ilario Franco’’ del Giugno Locrese (1° Premio), ma già nel 1951 aveva vinto il premio per la Novella Calabrese bandito da ‘‘Riscossa Calabra’’.
Nel 1958 si aggiudicò il Premio ‘‘Nicola Misasi’’ nel concorso bandito da ‘‘Calabria Letteraria’’ e la Medaglia d’Oro del “Tempo”. Inoltre, allo stesso anno risale la pubblicazione dei Racconti paesani (Edizioni Sia di Bologna), che recano la straziante dedica al padre, qui riportata: “Accetta, Tu, Padre Mio, questi fiori. E dall’alto dei limpidi Cieli dove la tua nobile anima posa, guarda a me, Padre, a me che lasciasti sola nel Mondo, come in un covo di serpi, e che, solo nel ricordo di Te, nell’insegnamento Tuo, attinse la forza per vincere i Mostri’’.
Nell’opera, che venne segnalata nella rosa dei sei finalisti al Premio “Villa San Giovanni 1960”, i personaggi sono tratteggiati con un periodare talora conciso e veloce, dove tra l’altro ben risaltano il pathos del sentimento amoroso e le usanze paesane e, negli occhi e nelle orecchie del lettore  scorrono alternativamente immagini e par di risentire dialoghi verghiani. Altrove, invece, i personaggi sono resi poeticamente per il linguaggio e le circostanze, sia pure contrassegnate dalla morte nel finale. Tuttavia, il piglio narrativo traeva impulso da varie tematiche: l’emigrazione, la ricchezza che comporta “vizi e scialacquio”; la mortificazione di dover vivere la condizione di ragazza madre e a Maria Macrì Lucà, con la bravura e l’impegno non mancarono i riconoscimenti letterari. Nel 1961 ottenne il Premio della Cultura decretato dal Consiglio dei Ministri; nel 1962 vinse il premio per la narrativa bandito dall’Accademia Neocastrum e due anni dopo il premio per “Le vecchie serre di Calabria’’.
Nel 1963, invece, la sua bella novella “La villeggiatura” (vecchie figurine di paese), venne pubblicata in Calabria Letteraria (nov. – dic.) e nel 1969, nella collana Nuovi narratori, per i tipi di Pellegrini Editore in Cosenza, è stata pubblicata l’opera “Vecchio mondo e vecchia gente’’ (novelle), di cui si occuparono alcuni critici letterari ponendo l’accento sui pregi della scrittura di Maria Macrì Lucà, autrice pure della novella ‘‘Il ghigno del maledetto’’ (anch’essa pubblicata), ovverosia il ghigno del diavolo, della seduzione, del piacere, della vanità, della ricchezza, ecc., che minaccia la nostra esistenza e il nostro essere’’.

Autore: 
Francesco Luigi Errigo
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