Mela rossa di Staiti

Mar, 23/02/2021 - 18:00

In maniera ormai rituale, almeno una volta al mese mi reco a trovare il mio amico Benedetto Tuscano, chiamato da sempre Fortunato, perché rappresenta un esempio di coerenza e di aderenza al suo mondo idealizzato, che ha preteso di mantenerlo cristallizzato e fermo, da quando egli è venuto in questo mondo, in contrada Stabile del comune di Staiti. Utilizza il caglio che egli ricava dallo stomaco di un capretto lattante, dopo un mese circa di esposizione al fumo sopra il focolare, dopo aver immesso dentro il sale adeguato e suole intiepidire il latte, appendendo il paiolo ad un pezzo di ramo di ulivo secco ben levigato, poggiante su due forcelle pure esse d’ulivo, infisse per terra. Stringe la pasta di latte, “Tuma”, nella piccola madia o mastrella usata già dal nonno e poggiante su una sezione di tronco, in una fiscella di giunco nel piccolo casolare dove già era nato suo padre. Pascola le capre e le pecore che discendono da quelle che suo padre gli aveva lasciato più di cinquanta anni addietro, che sono di varietà antiche: le pecore sono le murine, piccole e resistenti alle malattie; mentre le capre sono le aspromontane purissime, da cui nascono ogni tanto dei piccoli, che crescendo diventeranno a quattro corna. Sia le pecore che le capre sono state diffuse in tutta la vallata di Bruzzano, che è diventata di recente una meta privilegiata, per cercare gli ultimi esemplari di capre a quattro corna. L’estate scors,a una coppia di giovani capre a quattro corna è stato ceduto al presidente del GAL di Crotone, da parte del bravo pastore di Bruzzano Giuseppe Rodà; mentre tre anni addietro un capretto a quattro corna era stato venduto al provetto vignaiolo di San Marco Argentano Antonello Canonico; a San Marco ormai di capre a quattro corna ne hanno quattro. Fortunato, nel suo piccolo mondo idealizzato, coltiva le piante ortive ereditate dal padre, compreso il cavolo gigante che vive fino a cinque, sei anni e può raggiungere facilmente i due metri e mezzo di altezza. Possiede ulivi pluricentenari e tante varietà di peri antichi, mentre abbelliscono il suo giardino mediterraneo, a ridosso del torrente Fiumarella, aranci e mandarini antichi e accanto ai bergamotti vivono in un contesto idillico, anche meli, susini e qualche pianta di giuggiole. Alla fine di agosto 2020, andammo a trovarlo in gruppo al mattino, prima che uscisse con il suo gregge misto di capre e pecore e incuriosita del personaggio volle venire anche Daniela Pellicone di Pellaro, che pur essendo laureata in lettere, non vuole dedicarsi all’insegnamento e sogna una rinnovata civiltà contadina, che rispetti in maniera intransigente la natura tanto degradata in questi ultimi tempi. Fortunato ci fece visitare il suo podere, cominciando dall’orto dove spiccavano tre o quattro varietà di peperoncini piccanti di colore arancione, a cui risultò molto interessata Daniela, in quanto possiede una trentina di varietà, gli ulivi monumentali, i peri settembrini ed ancora gli attrezzi d’uso più comune nel mondo della civiltà contadina ormai tramontata per sempre. Inusuale ci apparve la “ Maiura “, una specie di giogo di legno di frassino, forte e leggero, che veniva messo su una palla e ai lati di esso venivano trasportati in equilibrio, due grandi secchi colmi d’acqua; il grande cucchiaio di legno bucherellato, adatto a prendere dal paiolo, senza siero la ricotta; la pesante pietra dell’aia, chiamata “Trigghja” nell’area grecanica in quanto a forma di pesce, che serviva a triturare le spighe del grano, trasportata da due mucche aggiogate. Ci fece osservare da lontano la più imponente fornace di calce del territorio, che fino all’immediato dopoguerra era stata ancora attiva, dalla capacità di centinaia di quintali di calce vergine che serviva tutto il territorio circostante, assieme alle altre più piccole sparse attorno. A ridosso del giardino mediterraneo (agrumeto), erano localizzati alcune varietà di meli invernali, oltre quelli estivi, le cui mele venivano raccolte usualmente poco dopo la vendemmia, che rigorosamente avveniva nella prima quindicina d’ottobre. Non avevo la macchina fotografica, per cui il compito di fotografare per me se l’assunse Daniela, che lo fece con molto piacere. Oltre ai peperoncini di suo interesse, fotografò le pere tardive, gli ortaggi estivi, mentre contemporaneamente fece la stessa cosa Arturo Rocca che faceva parte del gruppo che era venuto assieme al dottor Schirripa. Bellissime ci apparvero le pere settembrine, vicine alla maturazione, mentre di una bellezza delicate ci sembrarono le mele rosse di Staiti, ancora non adeguatamente mature ad essere colte. Oltre ad essere belle per il loro colore roseo, ci sembrarono perfettamente sane, non attaccate dalla mosca della frutta e solo verso la metà d’ottobre sarebbero state colte e poi poste su un incannicciata nel basso della casa. Dalla forma perfettamente sferica, risultarono profumate abbastanza nonostante fossero ancora non adeguatamente mature, mentre già a distanza da oltre un mese dalla maturazione, risultarono gradevolmente gustose, dolci e succose. Solitamente, crescono a grappoli di quattro ed hanno un picciolo abbastanza lungo, mentre la loro pezzatura risulta medio-piccola, in definitiva belle da vedere e buone da consumare.

Autore: 
Orlando Sculli
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