Mia madre come Chruščëv e la scarpa tirata a Minniti

Dom, 05/11/2017 - 12:00

Come tutti gli anziani che invecchiano invece di ringiovanire, mia madre tende ormai a ricordare più vivacemente gli eventi di diverse decadi fa che quelli recenti. La mattina non c’è nulla che possa distrarla da telegiornali, locali e nazionali, e la rassegna stampa di TeleMia, per la quale abbiamo acquistato un costosissimo decoder che per il resto non serve a niente. Davanti al suo “caffè lento” (un cucchiaino di caffè in una macchinetta da sei tazze) la mamma mescola notizie ascoltate su Rai3, sul “canale48, quello dei tg”, e le rassegne stampa locali, occasionalmente facendosi beffe di qualche parola pronunciata alla sinfasò. Come tutti sta seguendo la vicenda della Commissione d’Accesso al Comune di Siderno, e tra metafore variamente colorite e qualche insulto ai mezzibusti, mi aggiorna sulle novità.
“Hai visto? Un paesino del Cilento ha fatto causa al Ministero dell’Interno (seguono parole irripetibili). Forse dovrebbe farlo anche Siderno, ma tanto, quel (bip) di Minniti a noi non ci può vedere. Ascari li chiamava tuo padre. E oggi ce lo ritroviamo Ministro dell’Interno!”.
“E che ne so, mamma, e poi, ricordati che pure il tuo defunto zio fu ministro”.
“Ah, quella volta mi volevo cambiare il cognome (seguono altre parole irripetibili). Lo sai che è un provolone? L’ho conosciuto che eravamo giovani… che ti pare che è più giovane di me? Sempre calvo era. Mai gli ho visto un capello su quella testa. Poi un geloso. Quando Fuda è diventato uomo di punta di Prodi, gli ha dato la morte civile”.
“Fuda il sindaco nostro?”.
“Eh! Che ti pare figlia mia, io questa gente la conosco ca avi quarant’anni! Una volta gli ho tirato una scarpa!”
“Cosa? A Fuda?”
“No! A Minniti!”
“E come, ma’?”
“Eravamo all’hotel… quell’hotel di fronte alla stazione di Lamezia, ché mo’ non mi ricordo come si chiama… E ti parlo della fine degli anni Settanta. Papà aveva già scritto “L’unità d’Italia. Nascita di una colonia”. Presentavamo il Movimento Meridionale, c’erano centinaia di persone. Un tavolo dei relatori lunghissimo. Dopo l’intervento di tuo padre, si alza questo (bip) e inizia a offenderlo, a dirgliene di tutti i colori, tanto che tuo padre si stava facendo paonazzo e mi ero preoccupata per la pressione. Ad un certo punto dice: “Mi meraviglio di te, Zitara, che ti sei sposato pure con una donna perbene!”. A quel punto, figlia mia, non ci ho visto più. Mi sono alzata e gli ho detto: “E che ti pare che mio marito è un uomo di malaffare? E che io sono una poco di buono? Piglio una scarpa e gliela tiro”.
“E l’hai preso?”
“Purtroppo no” (mia madre ha sempre avuto una mira pessima)
“E che scarpa era?”
“e ca ‘ndaiu u ti cuntu. Erano scarpe che me le aveva portate Ilario Principe (professore di Urbanistica a Cosenza, n.d.c.) dal Messico, come si chiamano… squadrillas!”
“Espadrillas, ma’?”
“Espadrillas, giusto! Erano bellissime, gialle, verdi e bluette. Ilario mi portava sempre cose dai viaggi, e poi lo sai com’era, si presentava a casa senza avvisare per cenare, dormire e partire il giorno dopo, un viaggiatore”.
“Ma scusa mamma, ma tu hai lanciato la scarpa da una parte all’altra del tavolo?”
“Sì”
“Col rischio di colpire qualcun altro?”
“Sì, pure tuo padre ha corso il rischio”.
“Ma poi la scarpa che fine ha fatto?”
“Eh, figlia mia, ci fu una baraonda. L’avvocato Tassone si alzò per sostenere Minniti, il quale era rimasto imperturbabile, quella faccia (seguono altre parole irripetibili) non aveva alzato un sopracciglio. Per poco non venivamo alle mani, te lo potrebbero raccontare quelli che all’epoca erano i giovani che frequentavano il Circolo Salvemini”.
“E la scarpa?”
“No, poi me la sono ripresa”.

Autore: 
Lidia Zitara
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