Mimmo Gangemi e il suo ultimo romanzo "Il popolo di mezzo" tra fantasia e realtà

Dom, 21/02/2021 - 16:00

E’ stato un onore, prima che un piacere, intervistare Mimmo Gangemi, ingegnere, scrittore e giornalista di Calabria. Nasce nel 1950 a Santa Cristina d’Aspromonte, la sua opera spazia dalla saga familiare, al noir, al romanzo storico, al thriller, alla commedia tragica. Ultimo romanzo “Il popolo di mezzo”, con cui a mio parere raggiunge la piena maturità, un romanzo complesso, che porta alla memoria le migliori pagine scritte da John Fante, le storie dei WOP ovvero “WitOut Passport”, persone che pur essendo nate negli USA non sono considerate veri statunitensi, perché conservano ancora l’impronta delle origini e pensate quelle che non sono nemmeno nate lì come Tony e Luigi. Una storia triste, piena di disperazione, di odio verso l’America, ma che lascia intravedere una luce in fondo di speranza. “Il popolo di mezzo” è stato proposto da Raffaele Nigro al Premio Strega 2021, la strada è lunga, ma questo romanzo ha tutto per farci sperare in un seguito al premio vinto da Corrado Alvaro nel 1951 con “Quasi una vita”.

Quali sono le fonti di ispirazione di cui ti servi quando scrivi? Parti da esperienza reale, autobiografica o dall’immaginazione? Quali sono a tuo parere le influenze reciproche tra vita e letteratura?

Mi sono ritrovato la capacità di spaziare su più generi letterari. E la assecondo. Così, passo con disinvoltura dalla saga familiare al giallo, al crime, al noir, alla commedia, al romanzo storico, ai tentativi di realismo magico. Non ho certezza che sia un vantaggio. Fatto è che, ultimato, per esempio, un giallo, non ho più le sensazioni giuste per replicarlo – è come se mi fossi svuotato. E mi insorge un’urgenza quasi fisica di mutare drasticamente direzione. La mia predilezione va alle saghe, non a caso con Il popolo di mezzo sono alla terza. Ne deriva che ho molteplici fonti di ispirazione. Possono originarsi da spunti della quotidianità, da un’inezia che osservo e che mi conduce su un percorso fino allora inesplora- to. O anche attingono a esperienze vissute, a ricordi custoditi nel profondo e che d’improvviso riaffiorano, a osservazioni che mi attivano la fantasia, a letture che fanno spuntare l’embrione di un’idea poi interamente mia. Chiaro che l’immaginazione la fa da padrona. Altrettanto chiaro, che all’interno di ogni opera compaiono, più o meno consapevolmente, esperienze vissute, episodi accaduti a me, osservati in altri – e mai le vicende che mi propongono ritenendole degne di diventare romanzi, forse perché, proponendomele, tolgono qualcosa. E questo un po’ risponde all’ultima parte della domanda: l’opera di uno scrittore è il risultato di un percorso esistenziale, dove il vissuto personale, comprendente quello scrutato intorno e la narrazione si accompagnano assieme, si intrecciano da non riuscire più a districarli e ci sono sempre tratti di Mimmo Gangemi all’interno delle mie narrazioni. In fondo, ognuno racconta se stesso, nelle maschere di altri e tuttavia se stesso. Poi, c’è l’incidenza della formazione letteraria, degli autori che hanno marchiato più che la ceralac- ca calda sulla corrispondenza importante. Apposta, nella fase acuta della scrittura, quando sono nel pieno dell’attività creativa, evito accuratamente di leggere altri, perché, magari senza accorgermene, tenderei a succhiare da loro e questo non lo voglio, toglierebbe autenticità.

C’è empatia assoluta nei tuoi personaggi, si legge una forte immedesimazione. Ti è mai capitato che le varie componenti, sentimenti, immedesimazione, finzione letteraria o invenzione, non si siano fuse a fondo ed una abbia preso il sopravvento?

Credo che tutti i narratori si comportino in qualche misura da attori da palcoscenico capaci di interpretare più ruoli in uno stesso scenario. Perché si immedesimano nei personaggi, ne forgiano le anime e se ne appropriano, li dotano di complessità di pensieri e sentimenti, li fanno muovere nella trama con connotazioni precise proprio perché, nati e cresciuti nella fantasia, sono parte interiore, intima, proprio perché nel momento in cui calcano le scene sanno fuoriuscire dall’immaginario e trasformarsi in presenze reali, palpabili. Che poi lo scrittore si riconosca più in un personaggio che in un altro è una faccenda diversa. È anche vero, tuttavia, che certi personaggi riescono a liberarsi dalla morsa dell’autore e ad acquisire indipendenza, a strattonare, a usare vio- lenza alla volontà, e capita che siano loro a condur- re per mano su percorsi inimmaginati, che inducano a imboccare strade differenti da quella tracciata, che mutino pelle fino a pretendere maggiore spazio, maggiore visibilità. E mi succede abbastanza spesso che figuranti, comparse, attori comunque immaginati di contorno, si impongano da pretendere la scena e accaparrarsela, da diventare protagonisti. Allo scrittore non rimane che assecondarli e lasciar- si guidare. Ugualmente gli appartengono.

Come sei arrivato al “Popolo di mezzo” che a mio parere rappresenta la piena evoluzione, la piena maturità del tuo scrivere, facendoti diventare un Grande Scrittore?

Il popolo di mezzo è opera di fantasia che però attraversa vicende reali della storia americana della prima metà del Novecento, con un salto finale ai giorni nostri. Ecco perché, oltre che saga, diventa romanzo storico. L’idea mi è sorta dopo aver letto che l’origine del jazz va a merito dei neri e dei sicilia- ni, in una New Orleans che nel 1910 contava 90.000 abitanti, 12.000 dei quali emigrati dalla Sicilia. I neri contribuirono con gli spiritual dei campi di cotone. I siciliani, con gli strumenti a fiato e con le sonorità delle bande tradizionali. Ne scrissi un articolo per "La Stampa". Fu lì l’embrione. Perché, seguendo il jazz, scoprii i linciaggi subiti dagli italiani, specialmente da quelli del Sud, uno accadde proprio a New Orleans, nel 1891, con undici impiccati, innocenti, ma appesi al ramo di una quercia solo perché erano il popolo di mezzo, né bianchi e né neri. E, seguendo il jazz, che già di suo è ribellione, scoprii l’anarchia e i tanti italiani che giunsero in America già tali, molti in seguito ai Fasci siciliani o vi aderirono lì, al punto che nel 1920 furono 5000 quelli espulsi dagli Stati Uniti. Con queste notizie a frullarmi in testa, mi è scoccata la scintilla. Ed ecco "Il popolo di mezzo". Ho imparato a scrivere, scrivendo. E, in effetti, credo di aver raggiunto la mia maturità linguistica e di tecnica narrativa. Non ho l’immodestia di intenderlo un valore assoluto, piuttosto la vetta più alta a me accessibile. Questa consapevolezza mi ha indotto a riscrivere due miei romanzi di un paio di decenni fa, mantenendo inalterata la trama e fungendo da editor di me stesso, con l’eliminazione di piccole parti ridondanti e inutili, con interventi sullo stile, sulla composizione delle frasi, sul respiro del racconto. Oggi ho la certezza d’essere riuscito in una caratterizzazione della scrittura che è mia e mia soltanto, ed è tale che un lettore abituale saprà riconoscermi autore se solo legge una pagina. È nulla più che un dato di fatto, che credo capiti a tutti gli scrittori di lungo corso.

Ti inorgoglisce essere candidato al Premio Strega?

Una candidatura allo Strega è sempre lusinghiera. Si tratta, tuttavia, di una fase iniziale. Certo, mi inorgoglisce che a presentarmi sia stato Raffaele Nigro, da decenni uno dei più grandi scrittori nazionali, che ha vinto i premi che contano e che è l’autore del capolavoro "I fuochi del Basento". Seppure non dovrei essere io a dirlo, aggiungo che "Il popolo di mezzo" è un libro importante, per gradevolezza di lettura, per tematica e per stile e che mi piacerebbe andasse avanti.

Autore: 
Carlo Maria Muscolo

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