Noi emigranti d’America

Mar, 24/01/2006 - 00:00

Negli anni a cavallo del secolo scorso New York era rapidamente diventata la “città italiana”più popolata dopo Napoli. Un quarto dei suoi abitanti, oltre mezzo milione, era composta da italiani; mentre un altro milione di nostri connazionali si era sparso nei vari stati  dell’unione.
Questa gigantesca ondata migratoria, che proveniva dalle regioni più povere e meridionali d’italia, si era riversata in America nel giro di pochi anni creando problemi spesso insolubili.
Se, infatti, la giovane industri Americana aveva bisogno di braccia a buon mercato, il paese dal canto suo, non era assolutamente attrezzato per accogliere i nuovi ospiti. Di conseguenza il primo impatto degli italiani con il nuovo mondo fu veramente duro.  Privi di istruzioni, resi ciechi, sordi e muti dalla capacità di esprimersi nella  lingua di quel paese, essi finirono per raggrupparsi in ogni città dando vita a dei ghetti le cui condizioni sono difficilmente descrivibili. A New York, per esempio, il mezzo milione di italiani che decise di stabilirsi in questa città, si ammucchiò nei decrepiti edifici in legno dell’East Side, a ridosso del ponte di Brooklyn, che i newyorkesi avevano  da tempo abbandonato per vivere in zone residenziali più moderne.
The Dogs (i cani), così ci chiamavano, fecero dell’East Side un formicaio umano dove la miseria, la delinquenza, l’ignoranza e la sporcizia erano gli elementi predominanti: un formicaio in continuo movimento, dove i pedoni dovevano essere sempre pronti a scansare le docce di rifiuti che piovevano dalle finestre e dove oltre cinquemila carretti si aggiravano per le strade vedendo di tutto, dai lacci di scarpe alle mortadelle.
E’ impossibile dire il fango, il pattume, l’umidità fetente, l’ingombro, il disordine di quella zona.
Così scrisse il commediografo Giuseppe Giacosa che visitò i quartieri italiani di New York  nel 1898. E’ in questo ambiente che nacque la mafia italiana in America. I nostri malviventi si accanirono proprio contro i loro stessi connazionali, imponendo il “pizzo” e, guarda caso, sfruttando la prostituzione che dall’Italia meridionale veniva recapitata nel nuovo continente grazie all’aiuto dei compari italiani. Questi focolai di malviventi contribuirono ad accrescere il sospetto e l’ ostilità degli americani. L’opinione pubblica, solita a generalizzare, finì ben presto per considerare indisriminatamente tutti gli italiani come gente da evitare  e da tenere alla larga. Fu appunto in questo periodo che si diffuse in America l’immagine dell’italiano piccolo e bruno, dedito ai lavori più umili e pronto a maneggiare il coltello.

Autore: 
Ercole Macrì
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