Orgoglio e (Pre)Giudizio

Ven, 03/07/2020 - 13:00

Ormai da secoli si discute sulle cause dell’arretratezza economico-sociale di quella parte di territorio d’Italia che si estende dalla Campania fino all’estremo sud della Sicilia per poi inglobare, con un colpo di coda che vira verso Nord sovvertendo la gravità economica, anche la regione Sardegna.
Senza pretendere di fornire la soluzione all’atavico quesito, è mia intenzione rappresentare alcune riflessioni, qualche volta scaturenti da dati storici e scientifici, altre volte frutto della mia insana curiosità da novello seguace di Marco Aurelio.
Ultimamente mi è stato inviato su Whatsapp un video di un noto personaggio dell’imprenditoria italiana che esaltava a dismisura le qualità del Paese Italia. Ne decantava le lodi ringraziando Dio per essere nato in questo lembo di terra al centro del Mediterraneo.
Ora, il mio ragionamento parte proprio da uno di questi elementi che dovrebbe essere vanto e, allo stesso tempo, caratteristica unica dell’Italia: la differenza culturale dei popoli che ne compongono la cittadinanza.
Quanto e come può incidere la differenza culturale di più popoli sulle possibilità di sviluppo in modo egualitario dell’intera comunità nazionale?
Quanto gli interessi locali delle Regioni più sviluppate possono costituire un valico insuperabile impedendo una politica rivolta alla redistribuzione del reddito e all’uguaglianza delle opportunità economiche?
E quale dovrebbe essere il ruolo della Legge visto che la Costituzione della Repubblica enuncia dei principi che trovano un ostacolo insormontabile alla loro attuazione nello status quo difeso dagli interessi dei pochi?
La mia riflessione non vuole costituire un “j’accuse” verso quella parte di paese che ha saputo raggiungere il livello di sviluppo che strenuamente difende anche al costo di mantenere aperte le attività economiche in piena epidemia da Coronavirus.
Vuole, però, invitare chi legge a prendere atto dell’innegabile quanto manifesta disparità di sviluppo economico tra le diverse aree del Paese.
In risposta alla prima domanda, il continuo progredire di una parte e il continuo regredire dell’altra, dovrebbe confermare che le differenze culturali hanno il loro peso.
Ma tali differenze culturali c’erano anche quando, a inizio ‘900, i veneti emigravano in Brasile a causa della carestia o venivano a lavorare a San Luca nella locale “teleferica” che trasportava i tronchi dalla montagna per essere lavorati nello stabilimento Bricà di Bovalino Marina.
Quindi di cosa dovremmo prendere atto noi calabresi per cercare di focalizzare i nostri sforzi su quelle che potrebbero essere le strade per uscire da questa situazione di stallo?
Prima di tutto, dobbiamo finirla con i soliti piagnistei. Se le cose non funzionano è solo e soltanto colpa nostra! Bisogna prendere atto che è in corso una guerra commerciale nella quale le regioni meridionali soccombono costituendo soltanto un bacino di consumatori dei prodotti che ci invadono dal Nord. Prendiamo coscienza di ciò e iniziamo, una volta per tutte, a comprare soltanto prodotti calabresi!
Perché, poi, non si analizza e si rivede la politica giudiziaria adottata in Calabria negli ultimi trent’anni? Non mi si fraintenda, la criminalità va combattuta: è il male oscuro che ha mutilato tante aree della nostra amata terra. Questo, però, non deve autorizzare una politica giudiziaria caratterizzata dal motto “meglio un innocente dentro che un colpevole fuori”. Per anni l’applicazione sistematica ed eccessivamente preventiva di una normativa antimafia, a dir poco discutibile, non solo ha censurato tante amministrazioni democraticamente elette, mettendo a dura prova principi costituzionalmente garantiti, ma ha anche mutilato moltissime iniziative imprenditoriali che hanno avuto come unica colpa quelle di essere costituite in territori la cui “fama” mal si conciliava con l’applicazione di una normativa a scopo “eccessivamente” preventivo.
Non è necessario scomodare Montesquieu per capire che in Italia lo stesso tipo di reato, perseguito e giudicato, comporta una diversa applicazione di pena a seconda che sia commesso da “sudisti” o da “nordisti”. L’essere calabrese comporta l’inversione automatica di quel famoso tecnicismo processuale che dovrebbe costituire la principale garanzia negli ordinamenti giudiziari dei paesi che si dicono democratici: la presunzione di colpevolezza!
Risultato: la desertificazione economica di intere aree del nostro territorio; la fuga anche di quelli che avevano provato a investirci, vedendoci delle potenzialità. Sembra un po' la storia del cane che si morde la coda.
È giunto pertanto il tempo di prendere coscienza di quella che è la nostra situazione iniziando a valorizzare la nostra terra, i nostri prodotti, le nostre intelligenze. Ciò sarà possibile solo se chi riveste un ruolo nella cosiddetta prima linea inizia a pensare alla Calabria non come un trampolino di lancio per mero carrierismo personale ma come una Regione, al pari delle altre, non più terra di frontiera destinataria di un’atavica legislazione, tanto emergenziale quanto fallimentare, ma degna di ambire a un miglioramento civile, sociale ed economico.

Autore: 
Francesco Pelle
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