Ospedale: Perché chiuderlo

Dom, 18/10/2015 - 16:00
Nessuna manifestazione fermerà lo sfacelo

La sacrosanta protesta svoltasi ieri per la salvezza dell’Ospedale di Locri non pone certo fine alla polemica sulla sua funzionalità, che troppo spesso lo rende protagonista di casi di malasanità che deprimono così tanto da farci augurare che la struttura venga inghiottita da una voragine di oblio.
E proprio nella settimana dedicata alla salvezza della sanità locridea è giunta, presso la nostra redazione, la documentazione dettagliata di una donna che ha voluto denunciare un trattamento che, avvenuto in piena estate, ha avuto ripercussioni pesantissime su tutta una famiglia fino a oggi.
Il 3 agosto la signora si recava in ospedale con il marito, che denunciava forti dolori alla mandibola, alle spalle e al torace, attorno alle 18. Vista la quasi impossibilità dell’uomo di aprire la bocca, all’accettazione gli sarebbe stato assegnato un codice giallo, che non avrebbe però determinato una sensibile velocizzazione delle pratiche, considerato che i due coniugi, dopo la visita, sarebbero stati dimessi alle 6 del giorno successivo.
Le dodici ore di angoscia trascorse in sala d’attesa si erano tramutate in una visita che non aveva riscontrato particolari problemi e si era risolta con il “consiglio” di andare a fare al più presto una visita otorinolaringoiatra e odontoiatrica.
Ascoltando le parole del medico, i due si sarebbero recati il 4 agosto presso gli studi nei quali sarebbero stati condotti gli esami specialistici in questione, ma la notte successiva l’uomo sarebbe sensibilmente peggiorato, tanto da determinare una nuova fuga verso l’ospedale.
Questa volta, considerato quanto accaduto poco più di 24 ore prima, la famiglia si sarebbe recata alla volta di Polistena, dove l’uomo sarebbe stato visitato in appena mezz’ora e portato d’urgenza in rianimazione.
Il motivo di questo provvedimento, sarebbe stato spiegato successivamente alla moglie, era la gravità di un’infezione tetanica ormai irradiatasi in tutto il corpo a causa del tempo perso all’ospedale di Locri, che aveva ridotto al lumicino le possibilità dell’uomo di riprendersi da un’infezione che si sarebbe potuta curare con semplici antibiotici.
L’uomo è rimasto in coma farmacologico per quasi due settimane, nelle quali la sua forza fisica gli ha permesso di riprendersi lentamente ma progressivamente, fino allo scioglimento della prognosi avvenuto lo scorso 20 settembre.
La dimissione dell’uomo, due giorni dopo, ha posto fine a 48 interminabili giorni di agonia che hanno restituito alla sua famiglia il degente, anche se necessita di assistenza e riabilitazione domiciliare ancora oggi.
Giustamente, la donna chiude la sua storia con la legittima domanda se il personale di turno all’ospedale di Locri nei giorni 3 e 4 agosto abbia davvero fatto il suo dovere, o si sia piuttosto comportato in maniera superficiale e noncurante, come troppo spesso sembra che alcuni medici facciano.
Che cosa spinge un medico a non svolgere esami più approfonditi garantendo ai propri pazienti tutta l’assistenza che il giuramento di Ippocrate dovrebbe imporgli di esercitare senza eccezioni? Perché si continua a parlare di professionisti irreperibili anche durante il proprio turno o troppo sbrigativi nel compilare il foglio di uscita? Possibile che essere assistiti all’ospedale di Locri implichi la fortuna di trovare in servizio un medico piuttosto che un altro?
A questo punto, in maniera provocatoria, ci chiediamo se davvero valga la pena di lottare com’è stato fatto ieri per questo ospedale. Che cosa stiamo cercando di salvare? Una struttura fatiscente o, soprattutto, il diritto all’assistenza sanitaria che dovrebbe essere garantito ad ogni cittadino di questo Stato?
Nel caso in cui l’intento sia quello di perseguire il secondo obiettivo, che questo ospedale venga ripensato completamente. Si analizzi il rendimento di chi vi lavora, si guardi con attenzione agli esuberi e si faccia andare avanti l’eccellenza, che ce n’è tanta, dimenticando le logiche clientelari che troppo spesso hanno mandato avanti gente evidentemente poco qualificata per rivestire il ruolo occupato.
Vogliamo davvero credere che tutti i medici calabresi validi ricoprano ruoli di rilievo al S. Raffaele di Milano, piuttosto che al Niguarda, agli Ospedali Civili di Brescia o al San Biagio di Alessandria? O, forse, un condottiero della buona sanità è rimasto anche da queste parti, pronto a difendere i diritti dei propri pazienti e a fare andare avanti l’Ospedale di Locri?
Noi crediamo che sia così.
Altrimenti, che l’ospedale si chiuda davvero.

Autore: 
Jacopo Giuca
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