Pane non guerra: vogliamo la terra

Sab, 02/11/2019 - 16:00

Con la sconfitta del nazifascismo si era riconquistata la libertà, ma bisognava affrontare un’altra guerra di carattere sociale: la fame. La povera gente non sapeva come sfamare la propria famiglia, si viveva nelle capanne, in case fatiscenti, senza fogne, acqua, e luce. I loro vestiti erano indigenti e costretti a camminare scalzi, inoltre la maggioranza dei cittadini era analfabeta, impossibilitati di andare a scuola per andare a lavorare. Questa era la realtà che aveva lasciato la guerra in modo particolare in Calabria.
Chi non abbia sofferto la fame non riuscirà mai a comprendere cosa significa esseri poveri.
Nonostante il regime fascista fosse stato sconfitto con la guerra di liberazione nazionale, gli agrari detenevano il potere economico.
La proprietà terriera era concentrata nelle mani di duchi, marchesi e latifondisti che, data la bassa redditività dovuta a una gestione arretrata, conservavano i loro privilegi con continui soprusi nei confronti dei braccianti.
Molti lavoratori dopo aver servito in gioventù i padroni, invecchiando camminavano curvi con la faccia che guardava a terra, o presi dalla disperazione di non essere in grado più di procurarsi da mangiare finivano con sintomi di pazzia, poiché i propri figli non erano nelle condizioni di aiutarli dalla terribile miseria.
Il governo di unità nazionale guidato dal Presidente del Consiglio Ferruccio Parri, espressione della lotta antifascista del dopoguerra, aveva nominato Ministro dell’agricoltura il calabrese Fausto Gullo, il quale aveva compreso che il desiderio di tanti contadini era di avere un pezzo di terra da coltivare, per procurarsi il cibo necessario per sfamare la propria famiglia.
Il decreto legge del 29 maggio 1944 N°141 del Ministro dell’agricoltura Fausto Gullo all’’art. 1 recitava: “Le associazioni dei contadini regolarmente costituite in cooperative possono ottenere la concessione dei terreni di proprietà privata o di enti pubblici che risultano non coltivati o insufficientemente coltivate alle loro qualità, alle condizioni agricole del luogo e alle esigenze culturali dell’azienda in relazione con le necessità della produzione agricola nazionale “.
Il movimento sindacale di Giuseppe Di Vittorio, impegnato a sindacalizzare la marea umana di contadini, aveva saputo conquistare la fiducia dei lavoratori, sviluppando un grande movimento di lotta che rivendicava: “la terra a chi lavora”.
Si diede inizio all’occupazione delle terre in tutto il Meridione.
La risposta dei latifondisti era stata violenta, in quanto consideravano la riforma del Ministro Fausto Gullo soltanto un furto e i contadini degli usurpatori.
Le donne erano battagliere e grandi lavoratrici che vivevano ogni giorno i disagi personali e quelli della famiglia, dove i bambini erano scalzi e denutriti e i loro vestiti pieni di rattoppi.
A guidare in un clima festoso l’occupazione della terra a “Calabricata” era proprio una donna: Giuditta Levato.
Aveva due figli ed era incinta da sette mesi quando si recò nel suo pezzo di terra che aveva dissodato ed effettuata la semina. L’agrario Pietro Mazza, preso dalla collera, ordinò a un ignobile servo al suo servizio di aprire il fuoco, uccidendo Giuditta.
A Melissa le terre del feudo di contrada Fragalà erano incolte da oltre venti anni, appartenevano al demanio comunale che il barone Luigi Berlingeri aveva usurpato.
Il 24 ottobre del 1949, iniziò l’occupazione della terra a Melissa, un corteo di uomini e donne si snodava lungo il percorso verso “Fragalà”, portando le attrezzature di lavoro per dissodare il terreno, sventolando le bandiere rosse, innalzando verso l’alto zappe e roncole e gridando: “La terra a chi lavora; pane non guerra!“.
Ad animare l’occupazione della terra era Carrubba, un contadino analfabeta che sapeva parlare direttamente al cuore della gente. I contadini di Melissa, giunti a Fragalà, iniziarono la quotazione del terreno e, nel contempo, la pulitura e l’aratura, con la speranza di porre fine a tante sofferenze.
La mattina del 29 ottobre del 1949, le Forze dell’Ordine sollecitate dai latifondisti e inviate dal Ministro degli Interni Mario Scelba, irruppero nel terreno occupato, dove i braccianti erano intenti a lavorare la terra.
Improvvisamente iniziano a sparare all’impazzata uccidendo Giovanni Zito di anni 15, Francesco Nigro di 29 e Angelina Mauro di 23, provocando il ferimento di oltre 15 persone.
Una vera tragedia, provocata da latifondisti privilegiati, inerti e passivi!
La strage di Melissa ebbe la solidarietà dei lavoratori del Nord, che fecero sentire il loro sdegno e la loro voce, con scioperi nelle fabbriche, e manifestazioni di massa nelle piazze.
Sono trascorsi 70 anni dalla strage di Melissa e ancora in Calabria vi sono centinaia di ettari di terreni agricoli incolti, di cui gli agrari non hanno interessi a renderli produttivi e competitivi sul Mercato .
Essi si accontentano di percepire i fondi erogati dall’Unione europea.
L’importante è conservare i propri privilegi, incuranti dello spopolamento dei paesi e dei tanti giovani che lasciano la propria terra.
Ancora una volta la borghesia agraria, non ha la capacità di creare ricchezza e assolvere a una funzione nazionale e morale.

Autore: 
Giorgio Castella
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