Pentedattilo, il borgo in cui si aggirano i fantasmi

Mar, 12/11/2019 - 12:20
A spasso per la Calabria

Arroccato sulla rupe del Monte Calvario, a 250 metri s.l.m., sorge l’antico borgo di Pentedattilo, un posto affascinante e pieno di mistero, tra i più caratteristici dell’Area Grecanica. Il nome deriva dal greco penta daktylos, ovvero “cinque dita”: la roccia che lo ospita ricorda, infatti, la forma di una ciclopica mano.
Pentedattilo ha origini antichissime: fu fondato nel 640 a.C. e durante tutto il periodo greco-romano costituì un rilevante centro economico.
Fino al XVII secolo servì anche come roccaforte di avvistamento per salvaguardare le coste calabresi dalle incursioni degli arabi.
Dopo essere stata occupata dai bizantini e nel XII secolo dai normanni, Pentedattilo fu acquisita dai Marchesi Alberti.
Proprio sotto il dominio degli Alberti ebbe luogo uno degli eventi più sanguinari che la storia della Calabria annoveri, un efferato massacro per il quale questa rupe dalle cinque dita ha assunto l’inquietante appellativo di “mano del diavolo”.
Correva l’anno 1686. La famiglia degli Alberti aveva come sua principale rivale la famiglia degli Abenavoli, vecchi feudatari di Pentedattilo; le rivalità erano dovute a questioni di confini vecchie di anni. Si pensò di mettere fine ai contrasti attraverso il matrimonio fra il capostipite della famiglia Abenavoli, il barone Bernardino, e la figlia del marchese Domenico Alberti, Antonietta.
E il matrimonio sarebbe stato celebrato se Don Petrillo Cortez, figlio del viceré di Napoli, durante un breve soggiorno al castello di Pentedattilo, non si fosse perdutamente innamorato di Antonietta. Non appena morì il marchese Domenico, Don Petrillo fu pronto a chiedere la mano di Antonietta al fratello Lorenzo che accettò di buon grado.
La notizia della promessa di nozze suscitò l’ira del barone Bernardino il quale decise di vendicarsi della famiglia degli Alberti.
E così la notte del 16 aprile del 1686, domenica di Pasqua, il barone si introdusse nel borgo accompagnato da alcuni uomini armati, per rapire la sua amata e infliggere una severa punizione al marchese Lorenzo. Quest'ultimo fu ucciso nel sonno, trucidato a colpi di lame e fucili, tanto da rimanere "sformato miseramente in un lago di sangue". Dopo di lui, fu torturato e colpito a morte chiunque altro si trovava quella sera nel castello, persino un bimbo di soli 9 anni, fratello di Lorenzo.
Furono risparmiati solo Antonietta e Don Petrillo Cortez, preso in ostaggio come garanzia nel caso vi fossero stati eventuali ritorsioni del Vicerè. I due vennero condotti nel suo castello di Montebello dove Bernardino costrinse Antonietta a sposarlo.
Quando il vicerè Cortez venne a conoscenza della sanguinosa strage, inviò un esercito per vendicarsi.
La milizia prese d’assalto il castello degli Abenavoli e, liberato Don Petrillo, catturò e uccise sette esecutori di quella terribile notte. Le loro teste decapitate vennero appese ai merli del castello di Pentedattilo.
Bernardino e Antonietta riuscirono a fuggire. La marchesina si rifugiò nel convento di clausura di Reggio Calabria dove trascorse il resto dei suoi giorni, tormentata dai sensi di colpa per essere stata l’involontaria responsabile dello sterminio della sua famiglia. Il barone, invece, raggiunse l’isola di Malta e da lì Vienna, entrando nelle fila dell’esercito austriaco, dove trovò la morte nell’estate del 1692, colpito da una palla di cannone.
Attorno a questi avvenimenti sono stati intessuti diversi miti e leggende, legati soprattutto alla particolare conformazione della roccia che sovrasta Pentedattilo, definita, come abbiamo visto, la “mano del diavolo”, tra le cui gole, nelle notti di vento, taluni giurano di sentire le urla strazianti di dolore di Lorenzo Alberti. C’è chi dice addirittura che la roccia rappresenti le dita insanguinate del marchese e che un giorno si abbatterà sugli uomini per punirli della loro brama di sangue.
Secondo un’altra leggenda, inoltre, pare che ogni anno, nella notte del 16 aprile, si aggirino per il borgo strane ombre, simili a madri che fuggono tenendo per mano i loro figli, mentre persone armate di coltello li rincorrono per ucciderli.
Tutte queste storie di morte e di fantasmi hanno contribuito, insieme a un devastante terremoto nel 1783, all’abbandono di Pentedattilo da parte dei suoi abitanti.
Diversi nuclei familiari si sono trasferiti nella vicina Melito Porto Salvo, raggiunti sempre da nuovi, in particolare dopo il terremoto che si è abbattuto sul paese nel 1908 che ha compromesso molte strutture.
L’abbandono definitivo si è avuto negli anni ‘60, in seguito a un decreto di sgombero immediato, per la presunta pericolosità della roccia che si prevedeva cadesse definitivamente dietro a un lento movimento franoso. Ciò, tuttavia, non è mai avvenuto.
Negli ultimi anni l’antico borgo è stato riscoperto grazie alla passione e all’impegno di giovani e volontari provenienti da tutta Europa, la cui attività ha portato, ad esempio, al restauro della chiesa dei SS. Pietro e Paolo, alla nascita di botteghe artigianali e all'avvio di un progetto di ospitalità diffusa che ha previsto il restauro di diverse casette.
Inoltre, ogni estate, Pentedattilo ospita il festival itinerante “Paleariza”, importante evento internazionale di cultura grecanica che coinvolge 14 centri storici e borghi della Calabria Greca.
Sempre in estate, tra agosto e settembre, il borgo ospita il “Pentedattilo Film Festival”, rassegna internazionale di cortometraggi che, in un paese fantasma, chiama alle armi tutti coloro che nel cinema si sentono poco più che ombre e il cui talento urla per essere riconosciuto.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
Rubrica: 

Notizie correlate