Perché è urgente una riforma giusta della giustizia

Dom, 26/07/2020 - 12:30

Una riforma della giustizia in Italia deve ripensare la carcerazione preventiva. La misura “coercitiva” con la quale, in sintesi, l’indagato viene privato della propria libertà e ristretto all’interno di un carcere prima del processo, prima ancora di essere stato riconosciuto o meno colpevole di un reato.
Ne parliamo ogni volta che si giunge a conclusione di un percorso di riesame cautelare e, ancora peggio, al termine di un processo penale con conseguente scarcerazione dell’imputato.
Ne parliamo quando si è al cospetto di un fatto eclatante di cronaca giudiziaria. Poi si ritorna nell’oblio, mentre in altri luoghi o circostanze persone innocenti in attesa di giudizio sono ristrette in un penitenziario, in cui ancora oggi si rischia la vita.
In questa edizione di Riviera raccontiamo di storie di persone detenute che hanno subito la gogna mediatica per poi riuscire a trovare la fine del tunnel. Per non parlare di casi “limite” di chi, in attesa di giudizio, muore in carcere. Sono casi che conosciamo. Tanti altri rimangono nell’ombra del silenzio. Ecco perché serve una riforma della giustizia che sia davvero giusta.
Un esempio di quello che accade è la vicenda giudiziaria dell’avvocato Carlo Maria Romeo.
Quello dell’avvocato Carlo Maria Romeo è l’ennesimo caso di un’inversione logica del procedimento penale. Un imputato attende in carcere l’esito del processo e dopo la sentenza ritorna in libertà.
Carlo Maria Romeo, penalista originario di Bovalino, è coinvolto nell’operazione “Geenna” e detenuto in carcere dal gennaio del 2019. Un calvario che si è concluso, in parte, alcuni giorni fa con la concessione degli arresti domiciliari su richiesta dei suoi legali, gli avvocati Oreste Romeo e Stefania Nubile, che lo hanno assistito nel lungo percorso che lo ha portato a subire un processo per concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso. Un’accusa che è caduta a seguito del giudizio che si è definito con il rito abbreviato, durante il quale il penalista è stato condannato per altro a 4 anni e 6 mesi di reclusione, ma che ha stabilito l’insussistenza di un’accusa grave, per vicende risalenti al 2011 e al 2016 rispetto alle quali si è sempre dichiarato estraneo.
Mentre gli altri imputati ottenevano misure meno gravose, per l’avvocato Carlo Maria Romeo, per riprendere le osservazioni del fratello, l’avvocato Oreste, veniva riservato un “trattamento speciale”: “Il trattamento speciale riservato a mio fratello – ha evidenziato nei giorni scorsi Oreste Romeo – lo si evince anche dal fatto che gli imputati di concorso esterno in associazione mafiosa sono ai domiciliari già da un anno.”
Dopo la sentenza dell’abbreviato, Oreste Romeo rappresenta che il fratello: “dopo avere anticipato nell’interrogatorio di garanzia del 25 gennaio 2019 la verità che avrebbe poi trovato millimetrico riscontro negli atti del processo, ha scelto il 19 dicembre 2019 di essere giudicato con rito abbreviato, cioè con le ‘prove’ formate dalla sola attività d’indagine della Procura. È stato sufficiente il rispetto delle regole del contraddittorio – continua Romeo - merito della professionalità e imparzialità del GUP torinese, Alessandra Danieli, perché si frantumassero le suggestioni accusatorie relative alla ‘ndrangheta, dal momento che Carlo Maria Romeo è stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa; anche le aggravanti speciali di avere favorito la ‘ndrangheta a lui contestate sono irrimediabilmente cadute: insussistenza del fatto, per l’uno e per le altre!”
La difesa ricorrerà in appello per le residue contestazioni. Nel frattempo sono trascorsi circa 18 mesi di carcerazione preventiva per un professionista che è prima di ogni cosa una persona umana. Si tratta di una distorsione alla quale porre rimedio prima di dover raccontare un’altra vicenda simile o, addirittura, peggiore.

Autore: 
Romus
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