Perché si combatte per il controllo delle Procure?

Dom, 14/06/2020 - 10:00

Trentadue anni fa moriva Enzo Tortora. Era stato arrestato a Roma il 17 giugno del 1983, esattamente 37 anni fa. Sorpreso in un albergo romano nel cuore della notte, era stato costretto a sfilare in manette sotto l’occhio impietoso dei fotografi e delle telecamere.
Le sentenze, le tante inchieste giornalistiche, la ferma posizione di intellettuali coraggiosi come Sciascia, dimostrarono, al di là di ogni ragionevole dubbio, che Tortora era assolutamente innocente. Una delle tante vittime della malagiustizia e, nel suo caso, anche di un manipolo di camorristi assassini che si dissero “pentiti” per ottenere notorietà e sconti di pena. Si pensi che  tra gli accusatori di Tortora (considerati credibili dai magistrati) vi fu un certo Pasquale Barra che aveva ucciso un suo compagno di cella.
Enzo Tortora non sopravvisse al suo calvario.
I magistrati che l’avevano accusato con tanta colpevole superficialità distruggendogli la vita, non solo non chiesero mai scusa ai famigliari del popolare presentatore TV, ma progredirono nella carriera. Eppure Tortora non fu il solo assolto, ma i due terzi dei 900 arrestati “senza nome” uscirono dal processo senza alcuna condanna.
Molti furono sbattuti in galera per errore di persona.
In quell’occasione, la “politica” non solo disertò il campo ma fece di peggio, tradendo senza vergogna l’80,4 % degli italiani che, a novembre del 1987, avevano votato “Sì” al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati.
Nel caso Tortora (e in tutti quelli analoghi che seguirono sino ai nostri giorni), la stragrande maggioranza dei giornalisti ebbe il ruolo dei picadores intenti a manomettere la verità e a torturare con le loro “banderillas” il corpo straziato dell’imputato in modo che i “magistrati- toreri”  potessero infilzarlo con la loro spada e ricevere l’applauso e gli “Olè” dell’arena.
Inizia in quegli anni il cortocircuito tra lobby organizzate di magistrati spregiudicati  la stampa asservita e la “politica” invertebrata.
Quanto sta venendo fuori dalle intercettazioni legate al “caso Palamara” è la dimostrazione di quanto sia aggressivo il cancro che s’è insediato nella magistratura italiana e quanto siano diffuse le metastasi nel corpo dello Stato e della società. In alcuni casi le prime vittime sono i magistrati seri, che sono la maggioranza, anche se, qualche volta, il loro mutismo potrebbe risultare incomprensibile.
In questi giorni la stampa è prodiga di pettegolezzi tra magistrati intercettati.
Pettegolezzi che servono a nascondere i fatti e quindi la verità. Personalmente non mi interessa affatto se un magistrato definisce il suo collega “pazzo”, “coglione” o “incapace”.
Mi interessa invece ciò che ha detto in maniera sibillina lo stesso ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, e cioè che i procuratori capo più noti d’Italia sono il frutto del “sistema Palamara”. E a questo punto facciamoci una domanda: perché si combatte una lotta senza esclusione di colpi per controllare le Procure?
Ovviamente, se si operasse nel rispetto delle leggi, i Procuratori non avrebbero alcun potere discrezionale, ma la verità potrebbe essere altra e ben diversa: coloro che controllano le Procure e dispongono della polizia giudiziaria comandano la città e la Regione in cui operano e quindi l'Italia intera. Così fosse allora c’è una minaccia per la democrazia italiana e per la libertà.
Concludendo, mi piace ricordare che, 31 anni fa, nella Locride, presso l’hotel President di Siderno, alla presenza di Mauro Mellini, abbiamo dato vita ad uno dei primi circoli “Enzo Tortora” d’Italia. Volevamo tutelare il diritto costituzionale alla Libertà.
Eravamo assolutamente consapevoli che nella nostra zona operavano da anni poteri occulti, tra cui una onnipotente “P2” che ha considerato (e considera) la provincia di Reggio una terra di conquista.
Hanno vinto.
E oggi ci premono il ginocchio sul collo.
Il popolo calabrese è come George Floyd, ucciso a Minneapolis da un poliziotto che l'ha soffocato a terra mentre emetteva le sue ultime parole: “Non riesco a respirare.”
Anche la Calabria non respira, ma nessuno manifesterà per le leggi calpestate, le libertà violate, la dignità umiliata.
Da anni, dalla Calabria, sia pure con un filo di voce, si alza il grido “non riesco a respirare”. Ma pochi sembrano ascoltarlo e quei pochi sono ormai stanchi.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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