Peripezie calabresi

Lun, 11/01/2021 - 16:00

Devo dire che iniziare l’anno aprendo le pagine dei giornali, poco importa se cartacei o online, leggendo di politica e di giustizia di certo non è una cosa noiosa. Sembra che vi sia la corsa a far parlare di se in un modo o nell’altro e ogni piattaforma diventa il ring nel quale si cimentano variopinte figure. Instancabili attori, questi, di una lotta a conquistare share, in televisione o nelle piazze fate voi, attraverso il quale o accreditare e mantenere la propria figura di liberatore o, viste le altre verità, finire per accreditare chi si intendeva delegittimare. Ora, non credo sia opportuno né corretto cadere nella dialettica, diventata, pur nella sua drammaticità, noiosa tra garantisti e giustizialisti, quasi come se fossimo in un periodo post-giacobino nel quale i direttori funzionano ogni ora. Tuttavia, tra indagini e assoluzioni, pontificat di leader che si rinnovano, abbandonando il passato e proponendo la rivincita ai fedelissimi - cui si aggiungono gli illuminati del nuovo sacerdote forestiero di turno che garantisce libertà dal male - si osserva una sorta di organizzazione del caos dove, nell’indistinto, forse nel vuoto, dei programmi possibili e delle soluzioni, ogni singola vanità di successo, o di sistemazione meglio, non lascia campo all’avversario. Nel mondo del tutto è possibile, dove l’avversario di ieri diventa l’alleato del prossimo futuro se questi garantisce una candidatura o se accetta di far correre in lista, populismi e borghesissime manovre di sinistra o di destra si azzerano di fronte al nuovo assalto alla diligenza. E, tutto questo, con buona pace di chi ha già capitalizzato, per sua fortuna ma non si accontenta, posizioni o funzioni garantite, che permettono di poter osservare per poi poter dare una propria analisi dei fatti al momento opportuno, giusto per una copertina o un’intervista. Insomma, in questa paradossale apertura di un’avventura periodica dove si scoprono nuovi Tancredi all’orizzonte, ma solo per puro miraggio, la Calabria spera in una renovatio. Tutto starebbe a capire se si tratterà di una revovatio in meglio o in peggio, ma forse il confine sarà così impercettibile che non ce ne renderemo conto salvo quando chiederemo un servizio o un lavoro. D’altra parte, dopo aver preso lezioni di ogni tipo, in economia e in sanità, in legalità e in scienza politica di sicuro il futuro ci riserverà ormai degli sconti quali esperti, magari affrancandoci per una volta dai consigli de Le Jene o magari da un nuovo interessamento di Report, giusto per non farci mai mancare nulla e sentirci protagonisti per volontà e secondo narrative altrui. Insomma, sembra festeggiarsi così il nuovo anno con riscatti di famiglia, strategie politiche da vasca sul corso, e avvio delle nuove negoziazioni per fare della Calabria ciò che non si è voluto fare negli anni: una regione moderna, in crescita, soprattutto solidale oggi. E, di fronte a cotanto eroico sforzo, poco importa se dietro l’angolo delle promesse mai passate di moda si giocano sopravvivenze politiche per il futuro o vanaglorie da offrire al partito nazionale che sarà. L’importante è dire che il nuovo avanza, ormai un hashtag demodé che in fondo perde terreno rispetto ai tanti hashtag del passato che parte del dire dei nostri nonni se non fossero da recitare in un vernacolo necessario, in molti oggi farebbero finta di non comprendere. E allora, forse rileggendo un Cervantes del nuovo tempo, probabilmente dimentico delle sue gesta e magari irretito dal non essere protagonista dell’eroico sforzo pandemico per il quale si giustifica tutto, forse assaporando una possibile Chanson d’Aspremont che imita Rolando, ma senza Riccardo, fermo a Messina, e Artù ben lontano nella sua Camelot, allora che si apra il tenzone ma che, anche solo per finta, almeno cambino i cavalieri e non solo le casacche, per non aprire le porte ad una nuova Roncisvalle.

 
Giuseppe Romeo 
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