Più poveri e più disuguali

Dom, 18/03/2018 - 11:40

È questa l’immagine della Calabria per come esce dal rapporto della Banca d’Italia. I dati relativi al territorio della Città Metropolitana di Reggio Calabria sono oggettivamente drammatici. La Locride è fanalino di coda. Tra i giovani sino a 35 anni il tasso di disoccupazione è intorno al 29, 2 % e a questi bisogna aggiungere i precari e quindi coloro che hanno rinunciato da tempo a ricercare una qualche occupazione.
Credo che la repressione nella misura in cui è stata "cieca" abbia giocato un suo ruolo e la recente chiusura del principale ristorante sul lungomare di Siderno ne è una conferma.
È il fallimento di una classe “dirigente” che non è tale perché manca di una pur minima elaborazione culturale e politica, di una qualsivoglia strategia e di qualsiasi disponibilità all’impegno e alla lotta democratica.
Nei mesi scorsi è stato pubblicato un articolo del direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, che personalmente - e senza alcuna presunzione - mi permetto di non condividere. Il dottor Rossi scrive :
“Non è questione di soldi. Non c’è carenza relativa di risorse finanziare al Sud in nessun ambito dell’azione pubblica.
È evidente che le differenze possono spiegarsi solo, come dicono pudicamente i sociologi e gli economisti, con la minore dotazione al Sud di “capitale sociale”, quella grandezza intangibile che ha a che fare con il senso civico dei cittadini, con la fiducia verso gli altri, con la partecipazione alla vita comunitaria. È una grandezza difficile da definire quando c’è, è più facile vederne gli effetti quando manca: basta l’esperienza pratica che tutti possono fare del modo di funzionamento della società meridionale; che spesso conferma stereotipi e pregiudizi.”
Non so bene cosa significhi la parola “capitale sociale” ma credo si riferisca a ognuno di noi in quanto cittadini del Sud.
Non indignatevi e non sorprendetevi! Molto spesso lo stesso pregiudizio abbiamo noi verso gli “africani” e lo abbiamo avuto verso i cinesi finché costoro non sono diventati la seconda potenza mondiale.
E a ben guardare si tratta di un pregiudizio che si ha verso la povertà e l’emarginazione. Siamo pronti a “perdonare” il banchiere che porta soldi all’estero, l’imprenditore che trasferisce la propria fabbrica, il benestante che evade miliardi al fisco ma siamo inflessibili dinanzi ai “difetti” che nascono dal clima di privazione e di povertà.
È vero! Dove c’è depressione e sottosviluppo, spesso la gente dimostra minore senso civico; una scarsa capacità di fare impresa; una rara attitudine a cooperare; poca creatività!
Non bisogna scambiare la causa con gli effetti.
Il mio dubbio è che questi “difetti”, almeno per quanto riguarda il Sud, rappresentino il prodotto di una grave ingiustizia storica da non addebitare un indistinto “capitale sociale”.
(Per esempio: per i prossimi 50 anni il popolo siriano porterà le stimmate del massacro a cui è costretto a sottostare).
Ciò detto e, senza alcun vittimismo, dobbiamo accettare la sfida.
Una certa "Calabria" ha eletto Salvini al Senato!
Non polemizzo con nessuno ma, a questo punto, se “federalismo” deve essere federalismo sia ma non trazione leghista e non a rimorchio dell’antimeridionalismo !
Un equo federalismo non può prescindere da una lotta per l’uguaglianza e per un nuovo modello di sviluppo.
Faccio un esempio: le disuguaglianze sono aumentate in tutta Italia. I dati di Bankitalia ci dicono che in Italia il 30% più ricco detiene circa il 75% del patrimonio. Ma il dato importante è che oltre il 45 % di questa quota è detenuto da appena il 5% delle persone.
In Calabria questi dati sono enormemente più accentuati! La “ricchezza” calabrese, molto spesso, non è frutto di capacità produttiva, di competenze, di sviluppo sociale.
Non ho nulla contro i “ricchi” in quanto tali e non vorrei “far piangere nessuno”. Mi auguro, per esempio, che il volume di affari e i profitti di Callipo crescano sempre più; che il caffè “calabrese” conquisti nuovi mercati; che le aziende turistiche diventino leader mondiali.
Sarebbe sciocco però non ammettere che una parte consistente della ricchezza accumulata in Calabria lo sia stata tramite la reddita parassitaria, della capacità di intercettare fondi pubblici, i privilegi della burocrazia, i benefici accordati alle caste e alle corporazioni.
“Federalismo” avrebbe un significato se ciò ci consentisse di spostare una parte consistente dei soldi dal parassitismo al mondo della produzione, della ricerca; e al contrasto all’emarginazione sociale.
Se un burocrate che percepisce 6.000 euro al mese senza un’adeguata resa, ne prendesse 4500 non morirebbe di fame ma un giovane potrebbe trovare lavoro e restare in Calabria.
Se si riducesse di almeno il 50% il vitalizio agli ex consiglieri regionali, non sarebbe un dramma per nessuno ma consentiremmo a un centinaio di giovani ricercatori di non esportare altrove la propria intelligenza.
Se si tagliassero del 50% i costi dell’apparato regionale, anche abolendo le strutture speciali, si aprirebbero grandi opportunità per molti ragazzi calabresi. Compresi coloro che oggi devono il loro lavoro ad altrui “concessione”.
Nello stesso tempo dovremmo ricontrattare il flusso di denaro che arriva dall’Europa. Il problema principale oggi è dare un lavoro minimo garantito a chi non ne ha uno. E vuole lavorare!
Ribadisco: non mera assistenza (se non per i disabili) ma lavoro!
E attraverso il lavoro rifar ridiventare “verdi le nostre montagne, azzurro il nostro mare, pulite le nostre città”.
Dobbiamo creare un “esercito del lavoro” prima che la Calabria muoia a causa dell’imponente emorragia che l’ha già dissanguata.
È un sogno?
Può darsi ma per i sogni è bello battersi, anche quando si dovesse perdere!
Per fare questo abbiamo bisogno di uno strumento.
Gli attuali partiti sono militarmente occupati dalle caste per cui, salvo una improbabile “liberazione”, non sono utilizzabili. I dati elettorali però ci dicono che sono delle “tigri di carta” di cui non bisogna aver paura.
Secondo me occorrerebbe creare un nuovo soggetto, autenticamente meridionalista ma non straccione e dedito al piagnisteo.
Un soggetto che si impegni a cambiare modello di sviluppo nel senso indicato dalla Costituzione Repubblicana. “Uguale dignità”, “stesse opportunità”, tutela delle “persona umana”, non sono parole da pericolosi sovversivi o di individui che sognano la rivoluzione bensì dettate dal buon senso e dalla realtà!
Quindi bisogna accettare e vincere la sfida prima che sia troppo tardi, e questo dipende da ognuno di noi!

Autore: 
Ilario Ammendolia
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