Quale sarà l’impatto del terremoto USA sul Referendum del 4 dicembre?

Dom, 13/11/2016 - 16:10

Nel cuore della notte le prime proiezioni a favore dell’uomo dalla bizzarra chioma sembravano quasi un dato fisiologico. Un margine minimo: insignificante e parziale. Destinato ad un’inversione che inevitabilmente, già prima dell’alba, avrebbe assunto una portata decisamente più netta a favore di Hillary. La predestinata first lady di Bill nonché Segretaria di Stato nel secondo mandato di Barack finalmente si accinge a sfondare il soffitto di cristallo della Casa Bianca. Dopo Margaret e Angela sarebbe toccato a lei. E non un solo giornale, né alcun sondaggio avevano osato ipotizzare il contrario. Tanto che anche quelli malati di politica, quelli delle maratone elettorali notturne, si erano lasciati prendere dal sonno in un piacevole dormiveglia quando, alle tre del mattino di un 9 novembre, anche la voce di Mentana può sembrare una dolce nenia. Poi i primi commenti su facebook, le prime analisi e una parola che ora dopo ora inizia ad entrare, di prepotenza, nel lessico politico comune: establishment. Sconfitto sonoramente. Ma cosa? La compagine del potere. Il partito del governo? No, si tratta di un qualcosa ancora più ampio: i poteri economici e bancari, insieme ad altri gruppi di potere. E poi non ci sono solo i democratici, ma anche i repubblicani. Il volto sconfitto è complesso da capire e identificare. Battuto incredibilmente da uno come Trump, fenomeno mediatico – e noi italiani ne sappiamo qualcosa - politico anomalo che ha saputo parlare all’America incazzata, frustrata, dimenticata, nazionalista. Spesso, tragicamente e inconsapevolmente razzista. Come, qui da noi, quelli che scrivono sui social non sono razzista ma pensiamo prima agli italiani. Anche Clint Eastwood, il buono, ha votato il tycoon newyorchese perché non ne può più, a suo dire, delle facce del pollitically correct. E figuriamoci allora se l’America dei brutti e dei cattivi votava per Hillary. A torto o a ragione, il popolo delle periferie rurali, tipo quelli della casa nella prateria, ha deciso di votare contro. Contro l’establishment appunto. Che inaspettatamente perdere. Perde il sistema, democratico e repubblicano insieme, dove Bush dichiara di votare per la Clinton, a differenza del popolo di Bernie Sanders che, tradito, rimane a casa. Come l’America delle minoranze di colore delle contee di Milwaukee e Cleveland che Obama aveva saputo mobilitare massicciamente. Già dalle prime ore dall’irruzione del fenomeno Trump, da noi, più che degli effetti sui mercati finanziari, ogni analisi sembra concentrarsi sull’impatto che il terremoto a stelle e strisce avrà sul referendum del 4 dicembre. Da più parti si ritiene che il voto di protesta americano finirà per irrobustire la corsa del no, già forte nel Paese. Ma sondaggi e ragionamenti sui massimi sistemi a parte, è veramente difficile interpretare l’intenzione di voto del popolo invisibile: quello che non si esprime né dal panettiere, né su facebook. Certo è che voterà contro l’establishment. A prescindere dal merito del quesito. Ma l’incognita rimane: chi il Paese reale individuerà come il potere-bersaglio da colpire. L’asse (della Nazione) Renzi-Boschi-Alfano? O il fronte Grillo-D’Alema-Salvini? E gli esperti, da Mannaheimer a Piepoli, potrebbero ancora non azzeccarci.

Autore: 
Rosario Rocca
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