Quando il lupo cattivo è la mamma

Sab, 14/03/2015 - 16:52
Intervista al sociologo Antonio Marziale su infanticidio e abbandono

Può una donna uccidere per soldi una creatura, la sua creatura, dopo averla accarezzata anche solo una volta durante la gravidanza? Stando a quanto è emerso nell’inchiesta Medical Market coordinata lo scorso gennaio dalla Procura della Repubblica di Castrovillari, può eccome. L’inchiesta ha messo in luce una vera e propria organizzazione criminale: medici e donne compiacenti provocavano aborti come pratica abituale con lo scopo di denunciare falsi incidenti e intascare i soldi dell’assicurazione. Uccidere una nuova vita per soldi. Permettere che un gracile gemito si disperda in una rapida nube di cenere. Un lampo di orrore, un gesto ferocemente innaturale, che scuote le coscienze, disarma, disorienta. Madri che anziché scegliere di crescere i loro bambini, ai quali avrebbero magari raccontato la favola del lupo cattivo, hanno scelto di diventare loro stesse il lupo. E tra le fauci di un lupo ha rischiato di finire qualche giorno fa, sempre a Cosenza, una bambina di 5 mesi, lasciata sola in casa, affamata e al freddo. Cosa sta succedendo alle madri di oggi? Per indagare sulle impercettibili increspature che negli ultimi tempi stanno raggrinzendo l’esperienza della maternità abbiamo intervistato il sociologo calabrese Antonio Marziale, Presidente dell’Osservatorio dei Diritti sui Minori.

Dott. Marziale, come può una donna nutrire con il proprio corpo, quello che all’inizio non è che un brandello di materia ma che grazie a lei diventa una creatura che con dolore mette al mondo, ucciderlo per soldi?

Quanto emerso nell’inchiesta di Cosenza è a dir poco stucchevole. Sembra di essere tornati nel Medioevo. Oscurantismo allo stato puro e nulla giustifica ciò che gli inquirenti hanno prefigurato, nemmeno la fame. Purtroppo l’infanticidio è un fenomeno in aumento anche non ci sono di mezzo i soldi. La vita di una donna, dal punto di vista psicologico, cambia con l’avvento della maternità. Alcune statistiche attendibili parlano di 50/75.000 donne colpite dalla depressione post-partum nel nostro Paese. È un malessere che si sta diffondendo – seppur vi sia una limitata casistica di donne che già prima della gravidanza soffrivano di disturbi psichici – e che colpisce sempre nuove madri ritenute “normali”. Tra le cause vi è prima di tutto l’insufficienza di preparazione e informazione su cosa sia realmente la maternità, con tutti i timori a essa connessi. Perché al di là dell’immagine stereotipata che vediamo in tv della mamma in attesa, felice accanto alla culla del suo futuro bambino, esiste una realtà fatta di mille paure. Si teme di non essere all’altezza del ruolo, di dover cambiare vita. Bisogna, poi, pensare a quante volte la maternità è davvero una scelta consapevole e matura; alla solitudine, fatta di un misto di fatica fisica e mentale, che la madre deve affrontare nel crescere ed educare il proprio figlio. Molte volte si ritrova sola a gestire il pianto irrefrenabile del bambino senza avere la dovuta preparazione. A questo spesso si aggiungono condizioni economiche precarie. Tutto ciò rientra tra le cause che possono indurre una madre a uccidere quello che le è di più caro.

La scrittrice e filosofa francese Élisabeth Badinter nel suo libro “L’amore in più” scrive: «L’amore materno è un dono, non un istinto. Che quante non hanno questo dono siano lasciate in pace». È d’accordo?

Parzialmente, perchè la donna è istintivamente portata alla maternità. Vi è chi poi decide di generare e chi, invece, non se la sente. Io parlerei più opportunamente di vocazione alla maternità. E, penso a quante vorrebbero procreare e non sono fertili, per loro è un dramma sconfinato e la ricerca di un figlio diventa così spasmodica da sfiorare la psicosi.

Bauman ha parlato di modernità liquida. La società contemporanea è caratterizzata da una liquidità sempre più fluida. Si sono liquefatti i legami tra gli individui, legami che tendono a dissiparsi, a diventare sempre più effimeri. Ma è possibile ascrivere all’interno di questa cultura, compagna del disimpegno, persino l’abbandonare il proprio figlio solo in casa a digiuno?

Definirei l’epoca che stiamo vivendo, oltre che liquida, anche “dello stress”. C’è chi dimentica di nutrire il figlio, chi lo dimentica in auto lasciandolo morire. Insomma, la metafora che ne viene fuori è quella di “figli dimenticati”. Ciò la dice lunga su come e quanto i bambini non siano più avvertiti come “priorità”.

E, purtroppo dobbiamo anche fare i conti con i figli “parcheggiati”, davanti alla Tv o Internet, basta che non rompano le scatole.

Stando a quanto dichiarano le ostetriche, oggi le madri non sanno più tenere in braccio i figli, accudirli, attaccarli al seno. E questo senso di inadeguatezza delle madri non accompagna solo i primi anni di vita del bambino ma si protrae oltre, divenendo uno dei motivi del disagio giovanile e adolescenziale. Quello che manca perciò non è tanto l’istinto materno ma quello che gli inglesi chiamano mothering, cioè la “cura” per il proprio figlio. Perché le madri sono sempre meno attente, premurose, protettive, in una parola sola, materne?

Perché la società le porta a un paradosso che io cito spesso nelle mie conferenze: c’era una volta la bambina che giocava a fare la mamma, oggi abbiamo una marea di mamme che giocano a fare le bambine. Questo è un dato sociale inconfutabile. Vedi le madri che riversano le loro ansie di traguardi non raggiunti sui figli: li mandano nelle kermesse canore in televisione, quelle di Gerry Scotti e Antonella Clerici, che sono contro l’habitat naturale di crescita del bambino. Il divismo non è cercato dai bambini, è indotto dalle madri, da quelle madri che portano le figlie a 16 anni a rifarsi il seno, da quelle madri che portano i figli ai backstage dei reality show, madri ansiose di recuperare attraverso i figli i sogni che non hanno potuto realizzare. E questo le porta a essere più sorelle, più amiche che madri.

Il senso della maternità purtroppo viene a mancare perché si è diffusa la convinzione che per essere un buon genitore bisogna essere il migliore amico dei figli. Questa teoria, in realtà, non l’ha mai elaborata nessuno. In letteratura scientifica non esiste un idiota che abbia potuto dire una cosa del genere: abbiamo cercato di recuperare il nome di questo scienziato ma non è stato rintracciato. È una teoria che fa parte del gossip del momento e molte si sono convinte che sia vero e hanno iniziato a fare da amiche ai loro figli smettendo di essere madri. Tantissime sono oggi le madri che fanno a gara per uscire con i compagni delle proprie figlie. E questo è solo uno degli esempi per capire come la donna abbia perso il senso del proprio limite. Le madri devono tornare a fare le madri perché i figli, quando tornano a casa, hanno bisogno di madri, non di amiche. Né tanto meno di ragazzine. Tutte quelle donne di mezza età che vanno alla trasmissione

“Uomini e donne” della De Filippi per cercare un partner, si comportano da adolescenti. L’esigenza della televisione di spettacolarizzare quello che non si è mai visto – e che attrae proprio perché non si è mai visto – è diventata tendenza sociale. Perché c’è una interconnessione tra i mezzi di comunicazione e la società: si influenzano a vicenda e tutti e due fanno come il cane che si morde la coda. L’agito sociale è fatto di queste nuove donne. È sempre più difficile rintracciare la madre che sia madre: è una competizione costante con la figlia. La competizione c’è sempre stata tra madre e figlia ma era contenuta e soprattutto la madre sapeva quando mettere un freno. Quello che oggi sfugge alla madre è proprio il senso del limite, il non sapere quando dover frenare. Si trova in un perenne stato di accelerazione e in questo modo non solo fa la figura dell’oca ma perde di vista il controllo dei figli.

E il disagio giovanile è inevitabile.

La maggior parte delle donne è pronta a dichiarare che non c’è esperienza più bella della maternità. Però, ammettiamolo, non è più l’unica gioia di una donna. Quanto è a rischio la maternità oggi?

Ragioni economiche, che si intrecciano con esigenze sociali, ci lasciano intravedere una maternità numericamente molto più bassa e ha ragione lei, per molte donne oggi conta di più il carrierismo. Ho conosciuto donne che per la carriera hanno rinunciato alla maternità e che oggi rimpiangono di averlo fatto. Ma la vita non concede proroghe.

La società nonostante la tanto decantata emancipazione femminile non garantisce affatto la figura e il ruolo della madre. In Italia la donna-madre che lavora incontra ancora numerose difficoltà nel quotidiano…

In Italia di tutto si può parlare tranne che di emancipazione femminile perché noi siamo gli ultimi in Europa per quanto riguarda la tutela della madre lavoratrice. Dovremmo guardare al sistema di Child Care dei paesi scandinavi, un sistema che dà possibilità alla madre di poter andare a lavorare con la certezza che il figlio è ben accudito. In Italia la madre che lavora è bistrattata. La donna raggiungerà la vera emancipazione solo quando le sarà consentito di essere madre e lavoratrice con meno gravami sulle spalle.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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