Quella Scissione che favorì l'ascesa al potere del fascismo

Lun, 22/02/2021 - 16:00

Le vicende che caratterizzarono il XVII congresso del Partito socialista italiano e portarono, il 21 gennaio 1921, alla nascita del Partito comunista d’Italia sono state sovente considerate dalla storiografia una sconfitta per il movimento operaio italiano, che si divise, favorendo l’ascesa al potere del fascismo. Una sconfitta talmente grave da divenire l’archetipo di quella che Ezio Mauro, in un volume appena dato alle stampe, ha definito la dannazione della sinistra italiana, incapace di trovare linee d’azione condivise nei tornanti decisivi della storia. In realtà, per comprendere più compiutamente le dinamiche che determinarono l’evoluzione del congresso di Livorno è necessario allontanarsi dalle peculiarità della vita politica italiana, per allargare lo sguardo sul panorama internazionale. Nel 1878 Karl Marx pubblica Per la critica del programma di Gotha, un saggio breve ma di ampie prospettive, interessante per almeno due motivi: perché descrive l’organizzazione delle future società comuniste e perché condanna fermamente il riformismo socialdemocratico, che si stava affermando nei principali partiti dei lavoratori dell’epoca, in seguito al progressivo miglioramento delle condizioni dei lavoratori che aveva accompagnato il processo di industrializzazione. Nel 1891, otto anni dopo la morte di Marx, viene costituita la Seconda Internazionale, che federa i partiti socialdemocratici e si prefissa come obiettivo la rivoluzione su scala mondiale. Il marxismo, rimasto fino ad allora una corrente minoritaria in seno al movimento operaio, conquista un numero crescente di seguaci. Nell’anno successivo nasce il Partito dei lavoratori italiani, “per rivendicare alla collettività le terre e i capitali, per la conquista dei poteri pubblici, per liberare il lavoro”; dal 1895 assume definitivamente il nome di Partito socialista italiano. Sul piano ideologico, la nuova formazione politica aderisce alla dottrina marxista, le scelte strategiche sono però dettate dalla prudenza, dal gradualismo: “soltanto attraverso le riforme il proletariato può raggiungere la propria emancipazione, la soppressioni delle classi e del dominio di classe, la giustizia e l’uguaglianza supreme del socialismo” scrive Filippo Turati, uno dei fondatori del partito. Il clima sociale e politico italiano non consente, tuttavia, azioni politiche di lungo periodo volte a trasformare in senso democratico lo stato liberale. Nel 1898 il prezzo del pane raggiuge i 60 centesimi al chilo, quando un operaio guadagna 1 lira e 50 centesimi al giorno. Ovunque, in Italia, le folle assaltano i forni e saccheggiano i depositi di cereali. A Milano, dove gli operai della Pirelli si sono uniti alle manifestazioni di protesta contro i rincari dei prezzi, il generale Fiorenzo Bava Beccaris ordina di sparare sulla folla con i cannoni e i mortai, provocando una vera e propria strage: i morti sono 800, i feriti più di 400. Alla dura repressione segue l’uccisione del re Umberto I di Savoia a opera dell’anarchico Gaetano Bresci, rientrato appositamente dagli Stati Uniti per vendicare l’eccidio di Milano. Il clima è reso ancora più turbolento dallo scoppio della Prima guerra mondiale. Il conflitto ha un costo economico, sociale e umano molto alto, i morti sono 8 milioni, i feriti 15 milioni, gli invalidi 7 milioni. La resistenza delle popolazioni civili viene duramente fiaccata dalle epidemie e dalle carestie. La guerra fa sentire le sue conseguenze sul regime alimentare degli italiani già nel marzo del 1915, quando una grave crisi granaria induce le autorità a regolamentare la produzione e la distribuzione del cibo. Compare così sulle tavole degli italiani il pane di guerra, un pane nero, poco digeribile e dal sapore sgradevole perché realizzato con surrogati di ogni tipo (farina di riso, di granoturco, di castagne, di lupini). A partire dal 1916 è ridotta la distribuzione di cibi e bevande nei locali pubblici, è limitata la vendita di dolci e di carne. Dal 1917 iniziano a essere tesserati anche l’olio, il burro, i formaggi; il latte spetta solo ai bambini di età inferiore ai 12 anni e agli anziani. Nell’agosto del 1917, a Torino, le panetterie sono chiuse perché sono terminate le scorte di farine e gli operai entrano in sciopero. Si protesta contro l’inefficienza dei sistemi di distribuzione degli alimenti, contro il carovita, contro la guerra. I manifestanti si radunano davanti al municipio e iniziano gli scontri con le forze dell’ordine. Per sedare i tumulti arrivano i mezzi corazzati in colonna e sparano con le mitragliatrici. Agli inizi del Novecento, Torino era già il maggior centro automobilistico italiano. Diversi elementi ambientali avevano contribuito a questa affermazione. Primo fra tutti, la solidità di un settore metalmeccanico fondato non solo sulle officine civili e militari dello stato, ma anche su aziende private, quali le Officine Savigliano e le Ferriere piemontesi. Nel 1914, su poco meno di mezzo milione di abitanti la città conta 85.000 operai, che arrivano rapidamente al 30 per cento della popolazione. A Torino i socialisti Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini e Angelo Tasca, inaugurano, nel maggio del 1919, la rivista L’Ordine Nuovo, l’organo dei consigli di fabbrica. I fondatori che saranno, con l’esclusione di Tasca, i principali ispiratori della nascita del Partito comunista d’Italia, elaborano e propongono sulle pagine del settimanale le basi per una vera e propria teoria della rivoluzione, che avrebbe dovuto avere il suo baricentro nelle industrie torinesi. Il PSI, sostengono, da organizzazione parlamentare piccoloborghese deve diventare il partito del proletariato rivoluzionario, deve avere una struttura omogenea, coesa, deve elaborare una sua tattica rigorosa e implacabile. Intanto la Russia dimostra che il sovvertimento delle istituzioni non è un sogno astratto, bensì il risultato di un progetto politico concreto, che può essere realizzato in tempi brevi. La rivoluzione sovietica è il grande evento internazionale che più di ogni altro condiziona le sorti della sinistra italiana, perché viene universalmente interpretato come l’inizio di una nuova storia, il segno dell’avvento di un mondo nel quale i lavoratori sono finalmente liberi. D’altra parte, la Rivoluzione d’ottobre acuisce le divisioni già profondamente radicate all’interno del Partito socialista italiano. Trotzkij sostiene che la Russia non può rimanere isolata ed esorta i popoli d’Europa a sollevarsi contro i loro oppressori. Nel 1919 Lenin invita i socialisti di tutto il mondo alla fondazione della Terza Internazionale, per preparare l’organizzazione del comunismo mondiale. Secondo il leader sovietico, l’Italia deve svolgere in questo progetto un ruolo decisivo, perché è convinto, in seguito ai moti di Torino, che sia il paese più vicino alla rivoluzione. Lenin impone, però, ai dirigenti del PSI pesanti condizioni: per essere ammessi alla Terza Internazionale dovranno cambiare in comunista il nome del partito e dovranno espellere i riformisti. Turati si ribella ai diktat sovietici, ricorda le profonde differenze tra la Russia degli zar e l’Italia, dove vige la libertà di stampa e di parola. Al congresso di Livorno è ancora convinto che il socialismo possa esser raggiunto creando le cooperative, rafforzando i sindacati, assumendo la guida delle amministrazioni comunali e del parlamento. Le organizzazioni socialiste sono tuttavia, ormai da tempo, il principale bersaglio dello squadrismo fascista, che imperversa in Italia, portando terrore e distruzioni. Già nel 1919, soltanto tre settimane dopo la nascita dei fasci di combattimento, si verifica l’incendio della sede dell’Avanti! a Milano, poi le aggressioni saranno continue. Nell’anno del congresso di Livorno vengono devastate 197 cooperative, 119 camere del lavoro, 83 leghe contadine, 59 case del popolo; i morti negli scontri sono più di cento. Gramsci sottolinea a più riprese la gravità della minaccia fascista: “I socialisti non si sono mai posti seriamente la questione della possibilità di un colpo di stato e dei mezzi da predisporre per difendersi e passare all’offensiva. il colpo di stato dei fascisti cioè dello stato maggiore, dei latifondisti, dei banchieri è lo spettro che incombe. Ancora più critico verso l’atteggiamento attendista dei riformisti è Amedeo Bordiga, capo della fazione comunista al congresso: “Negli ultimi decenni il movimento socialista ha travisato la dottrina di Marx, così il movimento socialista diventava un movimento sindacale corporativo per interessi immediati, cui si allacciava perfettamente un movimento esclusivamente elettoralistico… Oggi intransigenza vuol dire liberarsi da chiunque non comprende che la lotta deve essere per la conquista integrale del potere da parte del proletariato". Nonostante i tentativi di mediazione operati dalla maggioranza unitaria del partito, guidata da Giacinto Serrati, la scissione è inevitabile. Alle elezioni del maggio 1921 il PSI e il PCD’I si presentano divisi. Nonostante la scissione, il Partito socialista mantiene le posizioni acquisite in precedenza e ottiene il 26% dei suffragi; il neonato Partito comunista si ferma al 3%. Alle divisioni delle sinistra non si accompagna la temuta ascesa della destra, i nazionalfascisti riescono a far eleggere soltanto 30 parlamentari. Roberto Farinacci, figura di riferimento dei fascisti più duri, commenta: “Dobbiamo convincerci sempre di più che non attraverso le urne, ma attraverso il movimento di piazza, opponendo vita contro vita, si potranno sconfiggere gli avversari.” Negli anni successivi lo squadrismo diviene sempre più violento, il 27 ottobre 1922 i fascisti marciano su Roma. 

Autore: 
Renato Ghezzi - Associato Storia Economica UniCz
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