Quella verità che cercavo…

Sab, 21/11/2020 - 20:00

È passata la stagione dei raduni.
Ospite in Svizzera, qualche mese fa,  ripensavo all’esperienza eccezionale di Africo. Mi trovavo ai piedi di Monte Verità, una realtà anche questa davvero straordinaria del ‘900 con cui, credo, dovremmo confrontarci e dialogare. E, oggi, riprendo il mio scritto, quel contributo, soprattutto umano, che avevo immaginato di lasciare.
È vero, abbiamo fortuna. È sempre più diffuso il fascino che emana la Calabria, questo lembo di terra baciata da mare e montagna, accesa da colori unici, da profumi, sapori, suoni e soprattutto silenzi. Ancora, in parte della memoria collettiva, è viva quella magia che emana l’Aspromonte, un angolo incantato di questa benedetta terra. Ma, diciamoci la verità, l’Aspromonte cosa significa? Per una terra che conserva tracce di una civiltà antica e importante ma in parte “colpevole” di un futuro ancora mancato, è davvero ancora così, una benedizione? Le domande da fare sono tante, forse troppe. Noi, insieme ai ragazzi di Africo, che sognano e costruiscono con fatica giorno per giorno un futuro in questa regione, siamo davvero pronte/i a liberarci della pesante zavorra del passato? Di una eredità culturale, soprattutto quella magno-greca, che, a dispetto dei suoi numerosi pregi, ha anche consentito ogni sorta di sopruso e sopraffazione perché intrisa del sentimento di rivalità?
Siamo davvero tanto diverse/i oggi? Capaci di metabolizzare, rielaborare e rivoltare come un calzino una mentalità e un linguaggio a lungo introiettati che, in qualche modo, si sono perpetrati nella logica ‘ndranghetista? Possiamo distinguerci e prendere davvero le distanze da un modo di vivere che manca di rispetto all’essere umano, alla natura, al mare, ai boschi, alla donna?
Le colpe sono tante, antiche e moderne. Colpa anche delle donne, che ancora non riescono a vedere come siano non solo vittime di una mentalità che le soggioga a un ruolo marginale e quindi a un vita inconsapevole, evanescente, ma anche, altresì, complici di un sistema che non combattono, se non a suon di pentole.
E no, non basta trasmettere ricette e tradizioni culinarie per quanto importanti siano. Perché devono leggere, viaggiare e non lo fanno. Non dico che dovrebbero studiare, perché anche quello a volte non basta. Spesso non possono permetterselo, è vero, ma non credano che sia sufficiente a giustificarle dal disimpegno, non basta a tenerle lontane dalle responsabilità che dovrebbero sentire non soltanto in famiglia o ai fornelli, ma verso se stesse, i propri figli e la loro terra.
È colpa anche mia, anche a me, a volte, mancano le forze. Chi mi conosce, conosce anche le scelte che ho fatto. Scelte difficili e coraggiose. Sa che, a mio discapito, ho rifiutato ogni tipo di aiuto e raccomandazione anche per continuare a fare un mestiere troppo complesso come il mio; chi mi conosce sa che non ho mai usato guanti bianchi, neppure ho voluto un marito e un padrone, forse neppure dei figli a cui non insegnare nulla di meglio, se poi, essere genitore, madre, significa assecondare un sistema che non si è stati in grado almeno di scalfire, che continua a rovinare e bruciare le bellezze della nostra terra e a far scappare via. Perché a volte sì, è impossibile resistere e restare, ma è difficile anche contribuire a cambiare questa terra, da qualunque altezza geografica. E allora, oggi, pensando da lontano e dai luoghi di Eranos, punto pionieristico nell’Europa di quegli anni, luogo magico di incontri di personalità di spicco, io credo che dovremmo, ne abbiamo tutta la forza, pensarci in Aspromonte anche in questi termini. Un punto di dialogo. Già lo è. Dovremmo solo spingere il cuore oltre l’ostacolo. E tentare un abbraccio più grande, anche internazionale, sotto la “nostra” grande quercia.
No, io non ci credo che siamo senza colpe, al di là del nostro passato. Ecco perché solo la genuinità dei sei ragazzi di Africo e dei nuovi amici che lì ho conosciuto mi ha convinta a parlare, a scrivere di argomenti che solo apparentemente non sono i miei.
No, io non ci resto qui se non sono in grado di cambiare le cose e anche la mia piccola vita. Non resto se restare è sinonimo di accettare e soccombere, assecondare o, peggio, girare la chiave nella toppa e chiudersi dietro la porta della propria casa. Non resto. sopratutto come donna, se il modello di riferimento è quello della donna compiacente (leggi sottomessa), o quello, non migliore, solo apparentemente erede di un ruolo che un fasullo matriarcato le ha costruito addosso. Non resto fino a quando non saranno le donne vere e le Cecilia Faragò a imporsi, e non solo come modello, reale e non astratto e distante. Non ci sto a guardare un mondo che sono solo in pochi a sognare. I sei di Africo. Parto, partiamo tutti. Ecco perché amo l’erranza, perché consente se non altro un’altra illusione, a volte necessaria per vivere. Di partire e costruire altrove, immaginare di vivere una vita piena. Ecco, allora, quando e se deciderete di andarvene via, pensate alle donne, a quelle libere che non si fanno ingabbiare e non accettano il compromesso di una vita non autentica.
Il mio contributo non vuole essere soltanto polemico o una provocazione ideale che popone un radicale cambiamento di rotta e mentalità. Nella pentola e nel ribollio di idee c’è anche quella di un percorso di ricettività alternativa e un progetto di casette sugli alberi come ce ne sono altrove in Italia, c’è anche la proposta di immaginare i ruderi di Africo Vecchio con un progetto artistico di realtà aumentata, una specie di “restauro visivo”, c’è pure quella di impiantare un ospedale da campo (sì proprio come se fossimo in guerra) e di iniziare a inventare la “scuola sotto le querce”, con le scuole e le accademie, le università e fare ore di storia dell’arte “en plein air”, cosi come facevano gli Impressionisti! Chissà che non tornino ad appassionarsi ai loro luoghi, i nostri ragazzi, invece di partire sempre. Manca anche un bar, un ristorante, adeguiamo i rifugi per l’accoglienza. Ma per arrivare qui torniamo a rispettare il luogo, e non attraverso una strada fatta di asfalto: ci vuole fantasia per venire qui ad Africo, o un mulo, un cavallo e una jeep!
Ma, al di là dei sogni, la realtà non sempre è meno meravigliosa e, se ci incolla coi piedi per terra, a seguire le lunghe radici della grande quercia, ci fa anche sollevare il naso all’insù. E, in un silenzio irreale, guardare a quell’incendio di stelle in caduta libera che illumina i nostri volti.
La verità è che non sapevo cosa stavo cercando venendo ad Africo, ma l’ho trovato.

Autore: 
Anna de Fazio Siciliano
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