Riace, la fiaba calabrese

Dom, 04/03/2018 - 11:00
Riace è un miscuglio di razze, dialetti, diademi e treccine che ha inventato un modo di accogliere e investire sul proprio futuro. Un’esperienza importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene di questa regione.

Il problema è questo: a Riace le cose si possono fare con 35 euro al giorno. Se noi dimostriamo che il modello funziona, come potranno giustificarsi gli altri quando chiederanno di più? Andavamo eliminati». Le parole di Mimmo Lucano sono impastate dell’amarezza di chi ha come nemico un gigante di carte bollate, «una specie di cinghiale laureato in matematica pura», per citare De Andrè. Un’amarezza che solo in parte è ammorbidita dalle parole che quello stesso gigante, senza farsi vedere, gli ha dedicato rilegandole in un angolino, vergognandosi subito della propria mano. La parola crea e la parola distrugge. Così come il mito di Mimmo il curdo, il sindaco dell’accoglienza, era stato distrutto dalle parole di una relazione della Prefettura di Reggio Calabria - che condannava il suo modello utopico, fatto di relazioni umane più che di numeri, disegnandone con accuratezza limiti e storture fino a esasperarli -, le parole, in un’altra relazione che più volte Lucano aveva chiesto di avere, mettono accuratamente a posto ogni mattone di quella costruzione perfetta che era il suo modello.
Una seconda relazione, dunque. Perché la prima - quella che lo ha fatto finire sul registro degli indagati con le accuse di concussione, truffa aggravata e abuso d’ufficio - aveva evidenziato diverse criticità amministrative e gestionali. L’affidamento diretto dei servizi, ad esempio. Ovvero senza bandi, una pratica che la Prefettura ha bocciato, dopo avere per anni - aveva replicato Lucano - invocato questo metodo con «continue ed impellenti richieste» di posti straordinari da attivare «con immediatezza» per sistemare quanti più migranti possibile. Insomma, non c’è stato sbarco, in provincia di Reggio Calabria, per il quale la Prefettura non abbia chiesto subito una mano a Riace bypassando i tempi di un bando. Un aiuto per il quale, al termine della seconda relazione, la Prefettura stessa ringrazia. Ma per avere quei fogli ci è voluto molto. Lucano ci ha provato più volte, con formali richieste di accesso agli atti. Richieste puntualmente respinte con un “non è dovuto”. Poi, però, ha cambiato registro, passando alla denuncia. Ed ecco arrivata, dunque, la seconda relazione, un tripudio di colori, quasi una poesia dedicata al borgo dell’accoglienza. Eppure, racconta Lucano, quando ha incontrato i vertici della Prefettura di Reggio Calabria a Roma, nelle stanze del Viminale, si era sentito dire che quel documento che tanto bramava «non cambiava nulla». Ma così non è, se è vero, come è vero, che in quelle pagine i funzionari restituiscono a Riace i suoi connotati, quelli studiati in tutto il mondo, con una narrazione che nulla ricorda di quel cinghiale laureato in matematica pura di cui si diceva sopra. Quella relazione, un anno dopo esser stata redatta, racconta di Riace come una fiaba, un posto strano e straordinario fatto di «un miscuglio di razze, dialetti, diademi e treccine». La penna diventa meno affilata e più dolce. E descrive con una carezza i campi di pallavolo e calcetto dove si giocano partite «all’ultimo respiro» e dove la palla al centro è una lingua che non conosce stranieri. Racconta la scuola un tempo chiusa, di nuovo aperta grazie a facce di ogni colore. «Una scuola senza bambini - scrivono i funzionari cacciando a spallate la burocrazia - è la conclusione ingloriosa di un mondo, un universo senza futuro. Riace ha una scuola, degli insegnanti, dei ragazzi che apprendono». Riace ha speranza, dunque. Ce l’ha in quelle case che non sono ville, «non sono gli hotel nei quali si fa business sulle spalle dei disperati» - dice con veemenza Lucano - ma, gli fanno eco gli ispettori, «case vecchie e umili, di origini umili, ma pulite, ordinate, venate dalla mescolanza di uomini e donne di provenienza disparata e che portano in quelle case un piccolo tocco della terra natia». Ci sono poi le botteghe artigiane dove si lavorano il vetro, la lana, il legno, i tessuti e molto altro. Lavori ormai perduti, rinati a Riace, dove un ragazzo del posto e un suo fratello venuto da lontano indossano la stessa uniforme per guadagnarsi da vivere con «mestieri antichi, di una bellezza mai spenta». Poco distante dall’intreccio di viuzze che rappresenta il nervo del centro storico sorge un’area destinata alla coltivazione, da parte di ciascun migrante, del proprio orto, per riempire le proprie dispense. «Riace è anche questo - spunta ancora tra i fogli -, l’inventiva legata alla tradizione, l’idea di recuperare spazi per lavorare la terra e sfamare i propri familiari con quello che la fatica delle mani riesce a realizzare». Ed è anche un tripudio di profumi e sapori che vengono da lontano, «un microcosmo strano e composito - dicono i funzionari -, che ha inventato un modo di accogliere e investire sul proprio futuro». Che ha inventato un modo per non morire, per ricominciare a fare. Lo dicono loro, i burocrati, che si spogliano del rigore imposto dal ruolo per l’urgenza di raccontare una storia che altrove non esiste, la storia di Riace e di Lucano. Un uomo, ammettono, «che ha dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita», in una realtà «che non appartiene alla storia del paese ma che ha realizzato mattone su mattone, con fatica e impegno». Impossibile, dicono anche loro, «un controllo ferreo di tutte le attività svolte». Servono, dunque, degli interventi correttivi. Ma con un’azione «di supporto», non chiudendo tutto, perché, giurano, «l’esperienza di Riace» è importante «per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene di questa regione». Con quelle stesse parole che a lungo, e non si sa bene perché, sono state tenute nascoste. In attesa di giudizio.

Autore: 
Simona Musco
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