Ricordo ancora il ritardo con cui cominciò l’estate del ‘67

Lun, 22/06/2020 - 13:00

Eravamo incerti se andare a dormire o tentare l'ultimo ripasso, che poi si traduceva nel trascrivere in minuscoli rotolini la critica a un testo poetico del '900, allora poco studiato.
Ma valeva la pena. La notizia era data per certa. C'era sempre un amico il cui cugino lavorava al Ministero che aveva la terna sicura. I mitici titoli del tema d'italiano.
E noi ne eravamo in possesso.
Il tema di italiano era la prova per me più abbordabile, ma avere un testo da cui copiare era come un OKI in caso di mal di testa.
L'ammissione era stata buona, certo meglio le materie letterarie. Del resto al Classico era normale. Un programma pesante. Tre anni di riferimenti, corposi, le tre Cantiche della Divina Commedia, fino ai poeti dell'800. I primi frammenti di poesia greca e latina. Alceo, Saffo, ma anche il divertimento nel tradurre Orazio, quello che incontra lo scocciatore, accurram in trivis, quello che gli tocca l'orecchio per portarlo in Tribunale. Lui pigro in lettiga col pensiero rivolto a Mecenate. In marcia da Roma a Brindisi. Ibam forte via Sacra.
At Mecenas atavis edite regibus...e certo lo doveva mantenere. Con la poesia non si mangiava. Ma poi Ovidio che stimolava sensi che al tempo non è che ne avessero bisogno.
E la tragedia greca. Portavamo nientepopodimeno che l'Edipo Re. "O figli diletti del vecchio Cadmo…” E via, perché con Peppe la recitavamo quasi a memoria. In greco, naturalmente. La Storia spaziava dai Fenici alla Prima Guerra mondiale. Del fascismo neanche l'ombra. Ma vigeva la riforma Gentile.
Il fascismo lo imparammo dopo.
Come la filosofia, che da Parmedine approdava ad Hegel. Naturalmente niente Marx e il Novecento. Tralascio la Trigonometria e le facili ironie su coseni e… seni.
Meglio le Scienze, dall'Escherichia al sistema solare. E poi ancora tanto di letteratura, di Storia dell'Arte, vero compendio delle altre discipline. Il mese di Giugno e Luglio, spesso col caldo torrido, costituiscono ancora un incubo. Giorno e notte, più notti che giorno, a ripassare. Studiavamo su un tavolo da pranzo enorme. Stracolmo di libri. Si consultavano, anche, tra una birra e un panino.Ma diciamo la verità, poi arrivava S. Bignami. Perché a Lui ci si rivolgeva per l'ultimo ripasso. Per quella data scritta lì, su un recondito angolino del vocabolario.
La notte prima era vissuta in sospensione totale. Tra la preoccupazione di non tralasciare nulla, e il desiderio di mandare tutto a puttane.
Dal lido giungevano le note di “A Chi” di Fausto Leali e qualcuno era lì a pomiciare, mentre noi ci smaronavamo con “Ei fu…”
Ma sì. Un' ora di interruzione, poi di lungo fino alle 7.
Una doccia fredda, l'abito buono con cravatta, il voluminoso Zingarelli, la mitica cartucciera con tanti inservibili temi, ben copiati.
Poi la campanella. La busta, aperta con la lentezza di Mike Bongiorno, e i tre temi.
Feci quello di Storia. Non male.
La notte prima degli esami era passata, così. E in maniera indimenticabile. Ancora produce incubi notturni.
Poi le versioni di Latino. Poi quella di Greco.
Tremenda. Irretito tra l'abitudine a tradurre alla lettera, come ci insegnavano, e dare un senso col rischio di vederla segnata con tanti Blu.
Ancora venti giorni di studio… matto e disperatissimo. Poi gli orali. I docenti venivano da fuori. Si cercava nei giorni precedenti un discreto approccio. Spesso riusciva.
Mi chiesero di parlare del concetto di Provvidenza in Manzoni. Rischiai la lite ideologica. Bene, benino e infine benissimo in Storia dell'Arte. Mi sentivo sicuro.
Qualche giorno dopo eravamo al Lido la Plaja.
Aperto quell'anno, era la Bussola dello Jonio.
Giunse la notizia che avevano esposto i quadri al Liceo. Si svuotò mezzo lido.
Tra una testa e l'altra riuscì a leggere maturo.
Anche Peppe, mio compagno di studi. Maturo.
Ricorderò sempre quel lungo abbraccio.
E quell'estate del '67 che finalmente poteva cominciare…

Autore: 
Francesco Riccio
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