A rimorchio del doppio cognome

Lun, 20/08/2012 - 11:30
A rimorchio del doppio cognome

È da almeno i primi anni Settanta che le donne hanno rivendicato la loro autonomia dagli uomini: padri-padroni e mariti-padroni che fossero. Segno fausto e visibile di questo nuovo corso della schiava, che si ribella allo schiavo, fu la guerra guerreggiata e vinta al trattino, ovverosia alla congiunzione del proprio cognome al cognome del marito, che, secondo la tradizione popolare e la tradizione, dava e conferiva prestigio, dignità, onorabilità. Sparvero, dunque, dalla circolazione le contesse, alzate a questa soglia nobiliare dai mariti-conti. Così pure le baronesse. In periferia, in questa periferia sociale che siamo noi, l’abbinamento, a dir il vero, rimase, anche se a uso e consumo delle vecchie generazioni. E non è raro ancora oggi leggere qualche funebre manifesto dove l’estinta viene riconsegnata alla conoscenza e quasi al richiamo del mesto dovere di presenza alle esequie con il suo nome e cognome e dappresso quello del marito, che la ha preceduta sulla via del cielo.
Roba antiquaria, che non riguarda le donne in carriera, le donne in politica, l’avanguardia gloriosa delle quote rosa e delle quote nere. Le quali, per chi lo avesse dimenticato, sono le quote  che la misericordia dei partiti politici, specialmente quelli del centrosinistra, riservano alle vittime della mafia e della violenza. Come, ad esempio, Maria Grazia Laganà, vedova dell’on. Fortugno, Rosa Villecco, vedova di  Calipari.
Mi restringo alla Locride.
Da tempo, leggo sulla stampa quotidiana il nome e il cognome paterno: deputata Maria Gazia Laganà. Di recente, è ricomparso l’abbinamento: Maria Grazia Laganà Fortugno. E, per gli stessi sentieri, Rosa Villecco Calipari. Perché mai? Per essere riconoscibili e riconosciute, ora  che le elezioni battono alle porte? Per aumentare la loro importanza? Se queste domande dovesero accogliere una risposta positiva, saremmo alla classica svendita della primogenitura, cioè dell’autonomia delle donne, per un piatto di lenticchie parlamentari. Visto che hanno il prezzo di 16mila euro al mese, un guadagno comunque ci sarebbe. Oltre la conferma che piano piano il morto trascina il sano.

Autore: 
RODERIGO DI CASTIGLIA
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