Servizi sociali nella Locride: inoperatività letale?

Dom, 11/10/2020 - 16:30

Questa settimana ci ha raggiunto in redazione una coppia di Bianco che ha voluto denunciare l’inoperatività dei servizi sociali del nostro comprensorio attraverso l’esposizione di tre diversi casi.
Il primo, ci racconta Lucia Stellino, riguarda un signore indiano che, preso di mira da un gruppo di ragazzi, ha deciso, dopo aver subito per mesi atti di vandalismo, di spaventare i giovani in questione, che si erano introdotti nella sua abitazione, accendendo una motosega. «È stato un gesto estremo, ma non ha nemmeno accennato a inseguirli - racconta Lucia. - Eppure, dopo che questi ragazzini sono tornati a casa a raccontare l’accaduto, per le Forze dell’Ordine la loro parola è stata sufficiente a farlo dichiarare soggetto pericoloso e a fargli recapitare un foglio di via senza che si indagassero oltre le motivazioni che l’avevano spinto a tale gesto». Il risultato di tutto ciò è che la persona in questione ha occupato per tutto l’anno una panchina dinanzi alla stazione di Bianco, dandosi al bere fino a quando le sue condizioni non hanno richiesto l’intervento dei soccorsi. Ma anche dopo che gli sono state prestate le cure del caso, l’indiano è stato completamente abbandonato a sé stesso, tanto che Lucia e suo marito si sono fatti carico della sua situazione premurandosi di dargli da mangiare, lavargli gli abiti e dargli le chiavi di un appartamento in cui stare. «Questo però ha scatenato il malcontento dei vicini - prosegue Lucia, - e, nonostante le molte segnalazioni alle Forze dell’Ordine e ai Servizi Sociali, ancora nessuno si vuole fare carico di questo caso».
Del resto, il comportamento degli incaricati dell’ASP si sarebbe rivelato superficiale anche nei confronti di una signora rumena alla quale sono stati sottratti i figli per le condizioni in cui li faceva vivere, prima di abbandonarla a sé stessa facendola entrare nel tunnel della droga.
Ma la storia più dolorosa, per Lucia e il suo compagno, è certamente quella che li riguarda in prima persona e che dimostra una volta di più, a loro dire, quanto profonda sia l’inefficienza del sistema.
«Dopo aver partorito il mio primogenito, attraversavo un momento di difficoltà che mi ha costretta a chiedere nel 2010 che mi venisse affiancata la figura di un’educatrice. Successivamente alla mia richiesta si sono presentati, presso la mia abitazione di Samo, due assistenti sociali che mi hanno proposto come unica soluzione ai miei problemi quella di dare in affido o in adozione mio figlio. Alla mia risposta negativa sono stata lasciata sola ad affrontare le mie difficoltà fino alla nascita della mia seconda figlia, quando il mio delicato quadro emotivo/psicologico mi ha convinto a chiedere ancora una volta un aiuto che non è arrivato, se non dai miei conoscenti. La mancanza di un supporto professionale ha prodotto diverse segnalazioni al Distretto Socio-Sanitario che si è deciso ad agire inviando due assistenti sociali che hanno insistito di nuovo con l’opzione dell’affidamento. Mi sono dunque sentita costretta a lasciare Samo per tornare da mio padre, a Bianco, dove, nel primo periodo della mia permanenza, la situazione è decisamente migliorata. Nonostante i miei progressi, tuttavia, mi sono state periodicamente presentate delle famiglie affidatarie fino a quando non si è avvicinato il momento del mio terzo parto. Alla mia richiesta di supporto per il periodo in cui sarei stata in ospedale, infatti, mi è stato proposto di lasciare i bambini in una struttura. Mi sono rifiutata e li ho affidati a dei parenti di mio marito, ma quando al mio ritorno a casa ho chiesto di riaverli, non solo così non è stato, ma mi è stato anche detto che, viste le mie difficoltà nell’allattare la neonata, avrei dovuto darli via per il loro bene. Così effettivamente è stato pochi mesi dopo, quando è stato verbalizzato l’affido ufficiale, facendolo peraltro passare come una libera scelta mia e di mio marito, quando invece, al nostro opporci, ci era stato detto che sarebbero state chiamate l’“Emergenza infanzia” e le Forze dell’Ordine. A partire da quel momento l’affidamento è stato rinnovato di biennio in biennio, in barba alle relazioni positive della dottoressa Aurelia Vottari sulla mia condizione, puntualmente smentite dal Consulente Tecnico d’Ufficio del Tribunale. Anche la situazione di mio figlio, per come segnalato dalla sua insegnante di sostegno, è precipitata, fino a quando, a gennaio, è stata dichiarata decaduta la nostra patria potestà lasciandoci come unica consolazione il fatto che i bambini siano stati affidati a dei parenti e che possiamo vederli una volta a settimana».
Una condizione di caos che ha convinto questa famiglia a denunciare la propria situazione e quella degli altri disperati del loro comune, le cui condizioni, purtroppo, sono certamente assai simili e quelle di decine di altre persone in tutto il comprensorio.

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lr
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