Sono passati 400 anni, ma siamo ancora qui…

Ven, 27/03/2020 - 10:00

Lo scorrere frenetico della vita non ci lascia il tempo per meditare e, nel suo tumultuoso divenire, ci riserva a volte eventi che consideriamo straordinari e poco frequenti, tanto che spesso li dimentichiamo. La storia delle grandi epidemie ci dice che non è proprio così e, oggi come nel passato, qualunque ne sia stata la causa, esse hanno insufflato terrore sulla terra suscitando paura e morte, tanto da segnare le varie epoche con ricordi che ancora oggi ci trasmettono ansia e confusione.
Nel ‘600 la peste dilagò in tutta Europa lasciandosi dietro circa cinquanta milioni di morti e il suo livello distruttivo fu tale da alterare l’assetto sociale e gli equilibri geopolitici del continente. Molti la videro come un flagello mandato da Dio per la lascivia dei costumi e le guerre fratricide in cui il vecchio continente si era impastoiato. Qualunque ne sia stata la causa, il suo passaggio non fu indolore ed essa fu così violenta da essere additata “Peste Nera” ed essere finanche celebrata nella letteratura di quell’epoca e della successiva, di cui “I Promessi Sposi” sono un esempio, con la descrizione dei famosi lazzaretti disseminati per le vie di Milano e dintorni; visione peraltro non dissimile dalla distribuzione delle tende della Protezione Civile e di alcuni ospedali territoriali per l’emergenza attuale.
Agli inizi del 1919 una nuova epidemia colpì l’Europa, la “Spagnola”, che fece più morti della stessa guerra, finita da pochi mesi. Passò il tempo e, sul finire degli anni ’50, la “Asiatica” falcidiò intere popolazioni (si stima che i morti furono circa due milioni). Successe tutto all’improvviso, proprio mentre il mondo si leccava ancora le ferite della polio.
E ancora, negli anni ’60, un’altra grave epidemia sbucò fulminea e, nel pieno del boom economico diffuse panico, terrore e morte. Io me lo ricordo: in quegli anni frequentavo le scuole elementari e la paura fu tanta che la gente se la prese con russi e americani, sostenendo che l’avrebbero portata dallo spazio (la chiamarono infatti “Spaziale”), e tutti temettero di morire, ma anche stavolta non fu così e molti si salvarono.
Ne seguirono tante altre: l’Aviaria, la SARS e l’elenco sarebbe ancora più lungo se si considerassero anche le sindromi influenzali minori, con virus che ciclicamente circolano sul nostro pianeta agevolati dalla velocità dei moderni mezzi di comunicazione e dei conseguenti spostamenti di massa.
Qualcuno ha sostenuto in passato che la morte e le malattie sono la purga dell’umanità. Probabilmente questa asserzione può considerarsi veritiera, tanto più che se le guerre si potrebbero evitare dialogando, con le malattie purtroppo non è così. Esse fanno parte della storia dell’uomo, della sua condizione di vita e sempre lo accompagneranno nella sua esistenza. Le grandi epidemie ad andamento ciclico, tipicamente imprevedibili, a volte nella loro evoluzione pandemica, hanno sempre segnato per l’uomo un punto di controllo, ridimensionandolo il suo delirio di onnipotenza, esattamente come sta accadendo oggi.
Non conosciamo ancora bene questo virus, denominato Covid-19, anche se la famiglia a cui appartiene è nota. Non sappiamo come si comporterà nella sua evoluzione epidemiologica, non sappiamo quanto durerà il suo girovagare per il mondo e soprattutto non sappiamo quando quando riusciremo a contrastarlo efficacemente. L’unico sistema di cui attualmente disponiamo per arginarlo è quello della quarantena, proprio come avvenne al tempo della peste; cosa che oggi ci sembra tanto strana da aver tentennato ad applicarla.
Ma se avessimo adottato prima provvedimenti drastici come consigliato da gran parte del mondo scientifico, probabilmente oggi la situazione sarebbe meno grave. Non abbiamo voluto farlo, tuttavia, in difesa di un principio per il quale la restrizione sanitaria coatta e l’eventuale chiusura delle frontiere avrebbe rappresentato un atteggiamento discriminatorio nei confronti di chi proveniva dall’estero, cosa che l’Europa non avrebbe gradito e che avrebbe prevaricato anche i principi della nostra Costituzione. Giustificazione che sinceramente non riesco a cogliere. Ma la nostra Carta Costituzionale non difende anche il Diritto alla Salute come bene primario della persona, di qualsiasi colore o condizione sociale essa sia? Non sarebbe allora stato meglio applicare prioritariamente questo principio? Lo si è applicato solo adesso, tardivamente, e così, per non chiudere una frontiera, abbiamo bloccato tutto il Paese.
E adesso? Ognuno è libero di pensarla come meglio crede, ma quando si verificano eventi di questa portata e non si dispone di presidi terapeutici adeguati l’unica arma che abbiamo è la restrizione sanitaria coatta. Non può essere considerato segregazionista l’atteggiamento di uno Stato che interviene con provvedimenti sia pur drastici e restrittivi per difendere la salute pubblica. Ma in Italia purtroppo esistono almeno 5 stati paralleli: lo Stato centrale, le Regioni, le Province, i Comuni e tutti gli altri Enti Locali, comprese le Città Metropolitane. Prima di prendere qualsiasi decisione bisogna mettere d’accordo tutti i livelli di governo, compresi gli alti professori della politica e i Ministri che si riuniscono periodicamente nei Consigli. In questo Paese dalle molte variegate sfaccettature, di persone senz’altro geniali e di grandi bellezze naturali, in cui purtroppo primeggia sempre l’onnipresente e sconsolante canto del menagramo, ci ritroviamo oggi con decine di migliaia di infetti il cui numero continua a crescere esponenzialmente, tanto da essere diventato il secondo Paese al mondo per numero di contagi, primato di cui certamente non possiamo andare fieri. A tale proposito mi piacerebbe sapere cosa pensano adesso tutti coloro che sul web e dai pulpiti delle piazze, si proponevano come paladino di una campagna anti costrittiva anche dinanzi a una malattia così importanti. Io un’idea me la sono già fatta, e cioè che questi personaggi, ragionano seguendo sempre il vecchio adagio “Al di fuori del mio…, dove piglia piglia” e voglio stendere un velo pietoso su una delle pagine più nere della politica, delle comunicazioni di massa e della medicina fai da te.
In questo momento anche tra virologi, immunologi, infettivologi, epidemiologi e… politologi, la confusione regna sovrana e ognuno, dal suo palcoscenico, sta dicendo la sua, compreso io che sto scrivendo questo articolo senza sapere se sto facendo chiarezza come vorrei o ingenerando invece ulteriore confusione. Mi auguro che chi leggerà capisca che a volte si dicono più cose di quante in effetti si facciano e di quanto sarebbe necessario sapere e, se poi vengono condite col sale della politica e buttate al vento della disperazione, lascio a voi la conclusione.
Non so dirvi con esattezza quanto questo fenomeno durerà, sicuramente non molto ancora e anche stavolta ce la faremo (a quale prezzo è da vedere) ma una cosa è certa: oggi come nel passato tutto ciò ci coglie ancora una volta impreparati, disorganizzati e attoniti per quanto sta accadendo, e questo è incomprensibile. A volte dovremmo essere più decisi e fare di più, ma intanto stiamo sempre qui, a piagnucolarci addosso e a cercare di capire, scrutando furbescamente tra di noi, dove possa essere l’ipotetico untore; finché un altro virus, sbucando da chissà quale anfratto del pianeta, non seminerà di nuovo panico e terrore. È sarà sempre così, non cambierà mai niente, perché forse anche l’insicurezza e la sbadataggine fanno parte del prezzo che bisogna pagare alla natura per poter vivere.
Buona fortuna a tutti.

Giovanni Strangio

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