Sottocultura o stereotipi, questo è il dilemma…

Dom, 03/01/2016 - 14:55

Calcio, uno degli argomenti preferiti degli italiani: se ne parla in famiglia, nei luoghi di lavoro, nei pub. Lo si ama, lo si odia, lo si loda, lo si depreca, fatto sta che difficilmente si riesce a ignorarlo, difficilmente passa anche un solo giorno nel quale non sentiamo qualche notizia in tv, nei giornali, in internet che lo riguardi. E come negare che siamo abituati e pronti a digerire qualsiasi cosa? Le tifoserie violente sono storia contemporanea, che quasi fa poca notizia. Calciopoli e calcioscommesse ormai sono “roba vecchia”, canovacci talmente tipicizzati che i loro attori protagonisti li interpretano senza incertezze. Eppure riusciamo ancora a stupirci, riusciamo ancora a esplorare territori nuovi, creare scenari inaspettati, trasferire nefandezze da bassa criminalità di strada, da bullismo da quattro soldi all’interno di quello che è uno sport di aggregazione, di condivisione e, nei momenti migliori, di educazione sociale e al sociale.
Minacce che intimano al presidente dello Sporting Locri, una società sportiva di calcio femminile a 5, di chiudere i battenti:eccola la nuova storia che nessuno voleva leggere, ecco la nuova triste rappresentazione di una degenerazione sociale che colpisce ancora più a fondo il nostro sport nazionale.
Minacce che provocano lo sdegno di moltissimi italiani e forse il riso sarcastico o la commiserazione di qualche cittadino europeo che sente l’eco di ciò che probabilmente reputa impensabile.
Minacce ancora che forniscono la buona occasione per proclami dagli alti scranni dello Stato e generalizzazioni mediatiche che trasformano, modellano, adeguano un fatto di cronaca, un deprecabile episodio criminale, nella normale espressione di una cultura imperante “Misogina e retrograda”. Danno per scontato che la contingenza occorsa abbia voluto colpire quella realtà femminile che cerca di fuggire da una situazione di arretratezza tardomedievale che si ribella a quello status quo che vede le donne corpi privi di pensiero proprio, mosse da noi burattinai (mi includo, visto che “sono calabrese” e sono di sesso maschile) che cerca di emergere in una società maschilista in modo diverso dal “classico prostituirsi per il boss di turno”, chiudendo così in un dicotomico universo parallelo fatto di schiave assoggettate e puttane conformiste quasi tutto il genere femminile calabrese.
Questa è la visione che l’Espresso ha di noi, del nostro quotidiano, della nostra realtà, questa l’immagine che dipinge appellandosi ad autorevoli post di Facebook come fonti e risolvendo così un caso sul quale magistratura e autorità preposte ancora non sono giunte a conclusioni certe.
Non si tratta di ‘ndrangheta, non si tratta di interessi economici, non si tratta di possibili attacchi ad personam, prenda nota il Pm, è solo l’ennesima espressione di sottocultura che la Calabria non è nuova a mostrare e il cui olezzo, come quello del pecorino, arriva forte e chiaro al ritmo di tarantella e di qualche altro stereotipo fino alla redazione de l’Espresso.
Io non ho da offrirvi una soluzione al caso, posso solo aspettare e sperare che le indagini, grazie a prove certe, facciano luce sui fatti. E non potrebbe essere altrimenti. Che ne posso sapere io che mi “adeguo” a vivere nella controfigura italiana del califfato di Al-Baghdadi esentato da quella fuga di cervelli per mancanza di requisiti intellettivi adeguati?
Io posso solo sperare, insieme agli altri cittadini calabresi, che quella Locri che fu patria delle leggi scritte, quella Locri che, insieme a Sparta e pochissime altre poleis greche, faceva partecipare le donne alle gare di atletica, quando per il resto del mondo era eresia, riesca a mantenere viva quella splendida realtà sportiva che è lo Sporting Locri, specchio di una terra piena di difetti, prostrata da un’economia arretrata e da una criminalità sempre presente, ma il cui cuore riesce ancora a pulsare cultura, a esprimere eccellenze maschili e femminili, che lungi dal mettere etichette generalizzanti sulla base di ipotesi e illazioni, proseguono a testa alta per la loro strada fieri dei loro natali.

Autore: 
Vincenzo Larosa
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