A strata pe ù successu è sempri lavurata… in italiano, “Lavorata”

Mar, 01/03/2016 - 12:59
Fin dai tempi più antichi produrre vino, berlo ed esportarlo erano requisiti fondamentali per potersi dire calabresi; oggi troppo spesso tendiamo a dimenticarcene, credendo che il buon vino sia solo quello che fa rima con Margaux.

Difficile parlare di Calabria senza pensare all’atavico legame che questa parte di mondo ha con la terra, con l’agricoltura, con quella classe contadina che da sempre è stata la migliore, a volte l’unica, forma di economia veramente funzionante e funzionale.
Se ci chiamano “Terroni” ci sarà pure un perché…forse dovremmo sentirci offesi, irritarci, indispettirci; mi piace pensare, invece, che dovremmo essere orgogliosi; orgogliosi di appartenere a quel miscuglio di etnie che, pur con tutte le differenze culturali, sociali, religiose che li hanno caratterizzati, non ha mai smesso di dare importanza al luogo in cui viveva, a quel terreno che lo nutriva, ai frutti generosi con i quali sapeva ripagare il duro lavoro tra quelle colline baciate dal sole e lambite dal mare.
Fertili declivi, che galleggiando dolci su acque blu fonde, tracciano, con abile mano, il profilo di una terra sodale del sole e le garantiscono un clima tale da farne figlia prediletta di Bacco; questa è la terra dove viviamo; questa è la Calabria che, con il succo delle sue viti, rese ebbri sia i Persiani conquistatori di mondi, sia i popoli di quel ragazzo che Magno li piegò.
Appena chiudi il libro di storia ti accorgi però che quel vino che ci rendeva famosi, quel vino che arricchì i nostri avi, quelle vigne che da sempre amano crescere rigogliose nella nostra terra o sono poco conosciute in Italia e nel mondo o peggio sono denigrate dagli stessi calabresi, a volte, più contenti di riempirsi la bocca di Sassicaia per quel suo gusto “sibilante”, che di provare a scoprire la qualità dei prodotti nostrani.
Fortunatamente le eccezioni, come le eccellenze sono poche, ma non mancano mai e per merito di alcune aziende che stanno riscoprendo l’amore per la viticoltura, anche nella Locride, sembra possa tornare la fama enologica di un tempo.
Una di queste è la cantina Lavorata che opera nel circondario roccellese e vanta una produzione quasi totalmente incentrata sulla lavorazione di uve indigene, che sapientemente dosate, riescono a produrre vini d’eccellenza come il Bivongi Doc rosso, il Greco nero, il Cirò Doc rosato, il Greco Doc di Bianco.
Grazie a Vincenzo Lavorata che la fondò nel 1958 l’azienda, tuttora a condizione familiare, ha saputo mantenere ben saldi quei valori della classe contadina di provenienza.
Valori che formano oggi il carattere di figli e nipoti, pronti a sporcarsi le mani con il nero della terra e il rosso degli acini premuti, ma attenti anche all’innovazione, alla crescita e, una volta dismessi cappelli di paglia e camice country, a indossare giacca e cravatta per promuovere, in pieno stile italiano, i loro interessi anche all’estero.
Riconoscimenti di alto livello, aumento della produzione mai a discapito della qualità, migliorie tecnologiche per tenersi sempre aggiornati, sempre al passo con i tempi, ma senza mai rinnegare le proprie radici, ci mostrano una realtà in continua espansione, che vede la Calabria, e allo stesso tempo è per la Calabria, una risorsa importante capace, forse, di aggiungere ai soliti “tag” che ci etichettano la parola vino.
Il sorriso, l’ottimismo e la buona volontà di un contadino, ma l’ambizione, la prontezza e quando serve la spregiudicatezza di un imprenditore, insomma quel giusto mezzo dei latini che, tra vecchio e nuovo, tra passato e presente, tra esperienza e innovazione ha fatto scoprire alla famiglia Lavorata l’equilibrio del successo.

Autore: 
Vincenzo Larosa
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