Sulla “non dispersione dei mezzi di prova”

Lun, 02/12/2019 - 18:40
Giudiziaria

Il principio di «non dispersione dei mezzi di prova» fa parte del nostro sistema processuale nonostante non ve ne sia un’esplicita menzione nella Carta Costituzionale: chiara in tal senso la sentenza della Consulta del 03 giugno 1992 n. 255. A scanso di equivoci va altresì precisato che, nella nozione di “fatto accertato” che circoscrive l’oggetto della valenza probatoria delle decisioni irrevocabili, rientrano non già i soli aspetti della fattispecie concreta sottoposta al vaglio del Giudice bensì ogni elemento fattuale -ossia non valutativo- descritto nella sentenza per avvenuto ovvero negato nella sua fenomenica esistenza, purché tale elemento abbia concorso a fondare la pronuncia conclusiva, giusta la presunzione di pertinenza della motivazione di cui all’art. 546, lett. e) c.p.p..  Da ciò consegue che la locuzione codicistica “fatto accertato con sentenza irrevocabile” deve essere riferita non solo alla statuizione contenuta in dispositivo, ma anche alle acquisizioni di fatto che risultano dalla motivazione del provvedimento (secondo cui “le sentenze irrevocabili indicate dal citato art. 238 bis sono acquisibili per le risultanze di fatto che risultino dalle motivazioni delle sentenze e non già dai loro dispositivi"). Il ché risponde ad una ragionevole esigenza istruttoria non altrimenti colmabile, se non a costo di pagare «prezzi» elevatissimi in termini di speditezza processuale.
Al fine di evitare quindi, soprattutto nella celebrazione dei processi aventi a oggetto “fatti di mafia”, un eccessivo appesantimento dell’onere accusatorio (quale certamente deriverebbe dalla necessità di dimostrare in ogni giudizio l’esistenza del sodalizio, la direzione, le partecipazioni, l’operatività, l’area geografica di operatività, il programma delittuoso e quant’altro), il legislatore ha opportunamente disegnato un sistema processuale che, rispondendo alla ragionevole finalità di non disperdere elementi conoscitivi acquisiti in provvedimenti che abbiano già autorità di cosa giudicata, contempla la possibilità di acquisire tali decisioni la cui valutazione spetta al Giudice nel rispetto delle previsioni di cui all’art 192 comma 3 c.p.p..
Sul punto, valga per tutte Cassazione Sezione I 26.05.1995 (dep. 29.07.1995), Ronch, in Cassazione Penale 1996, n. 1872, pag. 3356: L’art. 238-bis Cod. Proc. Pen., introdotto con l’art. 3 comma 2 del d.l. 8 giugno 1992, n. 306, convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356 così recita: ‘Fermo quanto previsto dall’art. 236, le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova di fatto in esse accertato e sono valutate a norma degli artt. 187 e 192 comma 3 Cod. Proc. Pen. ‘. Va subito premesso che la ratio della norma è quella di non disperdere elementi conoscitivi acquisiti in provvedimenti che abbiano acquistato autorità di cosa giudicata, fermo restando il principio del libero apprezzamento delle prove da parte del giudice. A prima vista tale ratio sembra confliggere con l’impianto accusatorio del nuovo processo penale fondato sull’oralità e sul principio dell’acquisizione dibattimentale della prova. Né si può negare che con l’introdotta innovazione si sia dato accesso nel processo e nel dibattimento a elementi di prova che si sono formati in altri processi e in altri dibattimenti ove sono assurti a dignità di prova fino al punto da diventare fondamento per le condanne passate in giudicato. Tuttavia non si può condividere la tesi del ricorrente secondo cui la norma citata verrebbe, in ultima analisi a ledere il consacrato principio della cosiddetta ‘verginità ‘o terzietà del giudice al dibattimento e il diritto di difesa dell’imputato che vedrebbe pregiudicata la sua posizione processuale anche da prove formatesi in altri processi nei quali non ha avuto l’opportunità di dispiegare le sue tesi difensive (all’evidenza appare sottinteso in tali argomentazioni il dubbio della legittimità costituzionale), La citata norma, infatti, pur nella sua sinteticità e pur nella  non felice terminologia impiegata, ha indicato soprattutto con i riferimenti alle norme richiamate i limiti della sua applicabilità perfettamente compatibili sia con il principio della terzietà del giudice e sia con il diritto di difesa dell’imputato. Il richiamo all’art. 236 come norma non abrogata dalla nuova disposizione, potrebbe sembrare pleonastico, attesa la non incompatibilità della disciplina richiamata con quella nuova. Poiché, però, le sentenze irrevocabili acquisibili ai sensi dell’art. 236 cit. rilevano soltanto alfine di valutare la personalità dell’imputato, della persona offesa o del testimone con riferimento alla sua credibilità, la precisazione che tale disciplina rimane in vigore sta a significare che le sentenze irrevocabili indicate dal citato art. 238-bis sono acquisibili per risultanze processuali diverse e cioè per le risultanze di fatto risaltanti dalle motivazioni delle dette sentenze e non già dai loro dispositivi, come, invece, pretenderebbe il ricorrente.

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