Sulla sentenza dell’ergastolo ostativo

Sab, 02/11/2019 - 19:00
Giudiziaria

Negli ultimi giorni si è aperto un dibattito acceso sulle sentenze relative alla “bocciatura” del carcere ostativo in Italia. Tutto ha inizio con la decisione della “Grande camera della Corte europea per i diritti umani” la “CEDU”, che da Strasburgo ha invitato l’Italia a rivedere la legge che prevede l’ergastolo “ostativo”. In altre parole, è il carcere per sempre. La CEDU aveva già bocciato la legge una prima volta e, nei giorni scorsi, ha respinto il successivo ricorso del Governo Italiano.
All’origine del caso vi è un ricorso (n. 77633/17) proposto contro la Repubblica italiana da un cittadino di questo Stato, il Signor Marcello Viola (“il ricorrente”), il quale, il 12 dicembre 2016, ha adito la Corte, ai sensi dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (“la Convenzione”). Il primo processo promosso, tra gli altri, contro il ricorrente, il c.d. “processo Marcello Viola + 24” (n. 144/92), ricomprendeva fatti intervenuti tra gennaio 1990 e marzo 1992. Il procedimento permise, in particolare, di identificare i responsabili di quattro omicidi avvenuti il 3 maggio 1991 (“il venerdì nero”) e di scoprire le ramificazioni delle due cosce, in lotta per conquistare il controllo della città di Taurianova e dei territori limitrofi. Il 16 ottobre 1995, la Corte di Assise di Palmi condannò il ricorrente a una pena di quindici anni di reclusione per associazione di stampo mafioso, ritenendo come circostanza aggravante il fatto che l’interessato fosse il promotore delle attività criminali della cosca. Con sentenza n. 3 del 10 febbraio 1999 (depositata il 29 marzo 1999), la Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria confermò la condanna del ricorrente, riducendo la pena a dodici anni di reclusione. Il ricorrente non ricorse in cassazione. Il secondo processo promosso, tra gli altri, nei confronti del ricorrente, il c.d. “processo Taurus” (nn. 1/97 – 12/97 – 18/97), aveva ad oggetto altri fatti relativi alle attività criminali condotte a Taurianova dalle due cosche. Il 22 settembre 1999, la Corte di Assise di Palmi, con sentenza n. 10/99, condannò il ricorrente all’ergastolo. La decisione fu confermata dalla Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria il 5 marzo 2002. In particolare, il ricorrente fu riconosciuto colpevole del delitto di associazione di stampo mafioso ai sensi dell’articolo 416 bis del codice penale (CP), oltre che di altri delitti (omicidio, sequestro che aveva provocato la morte della vittima e detenzione illegale d’armi da fuoco), aggravati dalle circostanze c.d. “di tipo mafioso”, previste dall’articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 13 maggio 1991, convertito in legge il 12 luglio 1991 (legge di conversione n. 203/1991). Nei confronti del ricorrente fu, inoltre, riconosciuta la circostanza aggravante dell’assunzione del ruolo di capo dell’organizzazione criminale e di promotore delle sue attività. Le domande di Viola erano sempre state rifiutate, proprio sulla base dell’articolo 4-bis: Viola non aveva mai collaborato (anzi, si è sempre dichiarato innocente) e, dunque, per l’ordinamento penitenziario italiano non poteva accedere ad alcun beneficio o alla liberazione condizionale. Viola si era infine rivolto alla Corte europea dei diritti umani, che si era pronunciata a suo favore e contro l’ergastolo ostativo.
Sulla decisione della CEDU e quella successiva della Consulta l’avv. Eugenio Minniti, presidente della Camera Penale di Locri “G. Simonetti” e responsabile dell’osservatorio “Doppio binario e giusto processo” dell’Ucpi, sottolinea: «La ratio è quella di poter chiedere i permessi e sarà compito del giudice valutare se è o meno concedibile, è uno spiraglio per molti detenuti, ma è soprattutto un principio importante che non incide negativamente sulla sicurezza dei cittadini, come sembra emergere impropriamente da certi slogan di un certo giustizialismo, ma demolisce quella ostatività che troppo spesso diveniva un modo per cedere alle tentazioni repressive che mal si conciliano con il nostro sistema di recupero del detenuto». «In definitiva – conclude il responsabile dell’osservatorio nazionale dell’Ucpi – la Corte ha aperto una strada per un percorso di civiltà giuridica, pur con dei paletti da osservare, per superare quel “fine pena mai” inserito nell’ordinamento penitenziario in un momento storico particolarmente triste per le istituzioni e la storia italiana dei primi anni Novanta, che ad oggi ritengo possa considerarsi superato, tanto che sul tema della riforma dell’ergastolo ostativo si è discusso anche nel 2014 da una commissione ministeriale e nel 2015 dagli Stati generali dell’esecuzione penale».

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