Susino di sorta di Benestare

Mar, 14/01/2020 - 20:00
I Frutti Dimenticati

Il mondo contadino era rappresentato da sedimentazione di usi, costumi, tradizioni, fatica e saggezza.
Ogni varietà di piante da frutto o meno rappresentava l’eredità di generazioni di uomini e donne che avevano il compito di perpetuare le varietà perché da esse c’era la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita proiettata solo verso un’esistenza serena negli anni a venire.
Per ogni pianta veniva analizzata la sua funzione nell’economia di ogni famiglia, per cui si sapeva, ad esempio, che per le pere secche le migliori varietà erano la Campanella, la Gentile e la Gentile di Sant’Agata, e di conseguenza quando in un campo era pronto per essere innestato un perastro, velocemente si valutava quale varietà servisse.
Non sempre sarebbero state scelte le varietà che avrebbero dato i frutti migliori, ma quelli più utili, per cui erano rarissimi i peri che davano frutti deliziosi dato che era uno spreco avere una produzione da tali piante.
Nei vigneti, poi, difficilmente c’erano delle viti che non fossero adatte per il vino, mentre quelle che avrebbero dato i grappoli deliziosi di zibibbo si contavano sulle dita di una sola mano e i bimbi spiavano quando gli acini cambiavano colore, perché a breve sarebbero maturati.
Per i fichi era scontato che ci fossero solo i dottati o i fichi bianchi, perché i loro frutti erano i migliori per essere essiccati, mentre eccezionalmente ci poteva essere in ogni campo qualche pianta di fico “Mulingiana” o “Schiavo”, perché nonostante producessero dei fioroni eccezionali, i forniti (fichi) non erano adatti per essere essiccati.
Le varietà dei meli erano diverse in quanto c’erano quelle estive, che maturavano a giugno (le maiatiche) e quelle d’agosto “le agustariche” e poi numerosissime quelle invernali, dove spiccava la varietà di Xjàrvu perché le mele da essa prodotte erano usate per profumare la biancheria tanto erano fragranti, e bastavano poche affinché impregnassero di buon odore i pochi ed essenziali abiti.
Naturalmente c’erano pesche estinte ormai, fra cui quelle “sanguigne” che maturavano al tempo della trebbiatura (con le mucche appaiate sull’aia) dalla polpa intrisa di rosso porpora, mentre delle peschenoci son sopravvissute quelle bianche denominate “marandelle”, che prendono il nome da àmarantos, di colore amaranto perché esisteva un tipo di tale tonalità.
Di prugni c’erano numerosissime varietà che venivano tramandate di generazione in generazione, come del resto per tutti gli altri fruttiferi e in ogni territorio prevaleva qualcuno che lo tipizzava.
Un tipo cominciava a maturare a maggio i frutti che erano di colore blu intenso, di piccola pezzatura, dalla polpa dalla fragranza di fragola di colore rossiccio, e a partire da tale periodo le varietà si susseguivano senza interruzione per tutto il periodo estivo fino ad autunno inoltrato.
Infatti a giugno cominciavano a maturare quelle definite ora “goccia d’oro”, che ancora si trovano usualmente negli orti, e già alla fine di tale mese ai margini dei campi, sui confini, cominciavano a maturare i frutti dei susini “di sipala”, più generosi in quanto ogni anno offrivano abbondanti raccolti.
Il raccolto di tale varietà era ogni anno molto abbondante, per cui supportava l’allevamento del maiale, che puntualmente dava nuova linfa vitale all’economia di ogni famiglia contadina.
A luglio cominciavano a offrire i propri frutti più pregevoli alcune varietà inserite nelle vigne, mentre ad agosto, negli orti e nei vigneti, elargiva i propri doni il susino ritenuto il migliore, i cui frutti sono rappresentati dalla foto.
Esso era presente in un campo della mia famiglia fino a una trentina di anni addietro, poi, all’improvviso, in un’estate particolarmente calda, morì, e mi ricordo la sua collocazione nella vigna, ai bordi di un muro a secco, a poca distanza da una vite di zibibbo.
Andavo alla sua ricerca da anni senza riuscire a ritrovarla e parlavo di essa al mio carissimo amico Massimo Vigilante, dirigente di “Calabria Verde” che cura i ricordi dei suoi legati alla civiltà contadina.
Secondo il suo punto di vista l’essenza della Calabria sopravvive nell’entroterra, per cui ha deciso di stabilirsi in un paese della Locride con tali caratteristiche, Benestare, abitato da gente civilissima e mite.
In tale comunità sopravvivono tante essenze agricole legate alla nostra tradizione e Massimo ne va alla ricerca, trasferendole poi a Motticella, il suo paese d’origine, dove ritualmente ritorna ogni fine settimana a trascorrere un po' di tempo con la madre.
L’estate scorsa, un vicino di casa gli portò in dono in un piatto le susine, di cui si era perso persino il ricordo e anche il nome e allora mi ha voluto comunicare il ritrovamento con una foto, facendomi cosa graditissima.
La pezzatura di tali frutti è medio-piccola, ma il suo sapore è insuperabile in quanto la loro polpa, di colore giallo intenso, è dolcissima e aromatica.
I frutti riescono con successo a difendersi dalla mosca della frutta, per cui la pianta riesce a maturare le susine senza pesticidi.

Autore: 
Orlando Sculli
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