Uccisi dalla mafia, umiliati dallo Stato

Dom, 02/08/2020 - 11:30

In Italia, purtroppo, si contano centinaia di vittime delle mafie o del terrorismo.
So bene che la vita umana non ha prezzo, comunque il Parlamento - molto opportunamente - ha approvato una legge per indennizzare i caduti innocenti per mano mafiosa e per le vittime del terrorismo.
Ma, secondo le “ultime” circolari ministeriali le “vittime” non sono tutte uguali, ma alcune, specie se si tratta di meridionali, sono sospette e perdono ogni diritto.
Francesco Pergola aveva 22 anni. Marco Pergola ne aveva 20. Erano due fratelli calabresi emigrati dalla Locride in Germania in cerca di occupazione.
Dopo aver lavorato presso uno zio che nel territorio tedesco gestiva una gelateria, costretto a chiudere l’attività per problemi di salute, trovano occupazione nel ristorante “Da Bruno” a Duisburg.
Dirà di loro la madre Marianna Carlino già il 18 agosto, nel corso di un’intervista rilasciata ai media: «I miei figli volevano tornare in Italia. Francesco voleva entrare nella Guardia di Finanza, Marco nell’Esercito».
Non faranno in tempo a realizzare i loro desideri. La ’ndrangheta li ha uccisi. Li ha ammazzati entrambi a Duisburg, dove si trovavano per “sgobbare” in un sogno di riscatto.
Quindi? Non hanno diritto alle indennità previste per legge alle vittime di mafia e del terrorismo perché, purtroppo, non hanno pensato di chiedere ai killer di essere uccisi in Italia.
Come direbbe il nostro Ilario Ammendolia, lo “Stato” che li ha costretti a emigrare per lavoro adesso li umilia e li tradisce negando loro un diritto.
Lo Stato si rivolge alla famiglia Pergola-Carlino, al padre, alla madre e al terzo fratello di Francesco e Marco in maniera perentoria e scrive: “Si fa riferimento alle istanze prodotte dalle SS.LL. alle quali, per aderire ad analoga richiesta del Ministero dell’Interno, si fa seguito riportando, in parte, la ministeriale”, nella quale si rappresenta che le istanze dei prossimi congiunti dei fratelli Pergola, “deceduti a Duisburg (Germania) il 15 agosto 2007 a seguito di un evento criminoso, inviate da codesta Prefettura con la nota che si riscontra, si conferma il contenuto della ministeriale nº 567 del 15 gennaio 2010, ossia che i benefici previsti dalla legge nº 302/90 si applicano esclusivamente alle vittime di atti di criminalità organizzata avvenuti sul territorio nazionale”.
Che dire?
Dopo i proiettili esplosi dalle armi degli assassini, a distanza di anni, Francesco e Marco sono di nuovo colpiti dall’inchiostro della penna della burocrazia dello Stato. Sono rumori differenti, e non poteva essere altrimenti. Un conto è il rumore sordo delle diverse decine di proiettili che hanno sconvolto la notte di Ferragosto in quel di Duisburg, che ha smascherato la pervicacia delle ’ndrine oltre confine, con la Germania che ha chiesto il conto all’Italia, che per questo motivo ha dovuto processare i presunti mandanti ed esecutori materiali in Calabria. Un conto è il rumore soft dello scritto in burocratese di quello stesso Stato Italiano che dopo aver condannato almeno uno dei presunti autori, pur riconoscendo l’evento delittuoso in territorio teutonico, non ritiene di dover riconoscere i benefici di vittime a chi vittima è stata, per come affermato dalle sentenze dei giudici italiani.
Lo Stato che condanna le mafie, che riconosce le vittime innocenti della criminalità organizzata, che approva leggi contro ogni forma di ingerenza dei clan nei settori pubblici e privati, che scioglie le Amministrazioni Comunali democraticamente elette anche solo per delle ipotesi non confermate in via definitiva in sede giurisdizionale penale. Quello stesso Stato appare “tiranno” contro i più deboli e indifesi che sono stati colpiti in un contesto mafioso, ma all’estero.
La famiglia Pergola ha presenziato ogni processo per la Strage di Duisburg, costituendosi parte civile. Hanno accolto ogni decisione senza clamori e senza pubblicità, rispettando le sentenze dei giudici italiani. Hanno chiesto solo giustizia per la perdita dei loro due figli. Hanno reclamato la giustizia giusta, quella in cui si condanna gli imputati con le prove e i riscontri.
Non tutti i processi per quella strage si sono conclusi. C’è almeno in attesa della decisione della Corte di Cassazione.
Intanto, però, i familiari di Francesco e Marco Pergola hanno subito un ennesimo colpo al cuore. Un dolore che proviene dallo Stato che doveva garantire il lavoro ai propri figli, che avrebbe dovuto garantire altri diritti e che, invece, li ha abbandonai al loro destino. Lo Stato che si è lavato le mani in burocratese anche dopo la loro triste e inumana scomparsa, aggiungendo dolore al dolore per chi è rimasto in vita e sta lottando per ottenere un diritto. Che almeno questo non gli venga negato.
Che dire ancora? Nulla, se non consigliare agli occhialuti e severi (con gli altri) funzionari dello “Stato”, la (ri)lettura dei versi della poesia “La Livella” del principe Antonio De Curtis, in arte Totò: “Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:/nuje simmo serie... appartenimmo â morte!”

Autore: 
Romus
Rubrica: 

Notizie correlate