Un’alba a Roma

Gio, 06/02/2020 - 13:00

Albeggia di Roma sui pini
che in note dipinse Respighi,
sugli archi, le chiese, i palazzi,
sulle torri delle mura leonine
che vider l’archiatra Malpighi
tardo ed inquieto vagare
poiché ne tenevano il cuore
di Felsina le amate colline.

Dal lutolento albore
del calende di Giano al mattino
solcato dai voli radenti
dei tordi che lasciano il nido
Fetonte riscatta l’Arena
in cui si compiva il destino
di traci e retiarii che a Giove
berciavano l’infimo grido.

Di rosa si tingono i selci,
squadrati, di porfido neri
che a chi sa guardare
le tracce disvelano, antiche,
lasciate sui loro sentieri
dai cerchi di ferro dei cocchi
di chi vi giungeva prigione
o, sol, per piegare i ginocchi.

L’eterna cittade, qual fu
per volere divino, s’è desta.
Cisposa, indolente, discinta
si mostra alle barbare genti
che in essa si danno convegno,
che senza ritegno, cotidie,
ne oltraggiano il nome ed il volto
facendone emerger le accidie.

Né scorge nel balugine a occaso
il legno d’un vindice Ulisse, furente,
non disfa di notte la tela
che trama di giorno paziente.
Avvilita, dei proci in balia
che bivaccano nell’Areopàgo,
sue lacrime in Albula versa.
Agonizza l’antica virago.

Autore: 
Sergio M. Salomone
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