Un amore in manicomio: Suor Angela

Dom, 04/10/2020 - 18:00

Eravamo in agosto e ora avevo tante piccole comodità che mi aveva procurato Miranda. Povero Miranda! Il suo male progrediva inesorabile, ma lui ancora non si rendeva conto della gravità. Da qualche settimana avevamo preso con noi l’avvocato Caruso e ora s’interessava lui della biblioteca. Dopo tutto si trattava di distribuire qualche libro ai ricoverati dei vari reparti che avevano voglia di leggere. Però, in genere, nessuno leggeva. I pazzi perché pazzi, e coloro che fingevano perché non volevano fare a intendere che fingevano. Anche noi ex professionisti o persone perbene, come diceva Mosca, leggevamo poco. Preferivamo discutere e più di tutto parlare del nostro disgraziato passato. Qualcuno, come Pirrone, Siracusano, Firriolo e altri, scrivevano. Anch’io m’ero messo a scrivere, perché mi sembrava, quando scrivevo, di liberarmi in parte del peso che mi opprimeva. Quasi quasi era l’unico modo di evadere, sia pur per poco, da quello stato di morte. Caruso, in fondo, era un bravo ragazzo. Aveva capito che a me gli invertiti mi ripugnavano e sembrava avere vergogna di me. Faceva di tutto per apparire un uomo normale. Non parlava mai del suo passato e, se era costretto a parlare, diventava rosso come il fuoco. Forse immaginava che noi sapevamo il vero motivo per cui lui si trovava lì dentro. Noi, d’altro canto, evitavamo di fare allusioni al suo passato. Anche il capo scopino, appena aveva capito che Caruso era sorvegliato da Miranda e che doveva venire con noi in biblioteca, aveva smesso di gironzolargli attorno. Del resto un individuo che in carcere sta nella cella solo come Caruso difficilmente si trova esposto a certe tentazioni. Il guaio è quando si trova in compagnia perché, come si dice, l’occasione fa l’uomo ladro. Di quando in quando, ora, Miranda portava anche Caruso in colonia e, fin dai primi giorni, si era stabilito tra me e lui un certo affiatamento. Non perché Caruso, oltre ad essere un dottore in legge, era un giovane, si può dire, ancora ingenuo e molto pacifico, ma anche perché di buone maniere e rispettoso dei miei anni avanzati, cosa insolita, specie oggi, tra i rappresentanti della sua età. Perciò, dopo i primi giorni, quando lo conoscemmo meglio, prendemmo tutti a volergli bene e io, da parte mia, non solo lo compativo, ma avevo compassione di lui perché alla fine anche lui era un povero disgraziato a cui madre natura gli era stata matrigna. In seguito mi confidò che dopo la laurea in legge si era iscritto in filosofia, ma non voleva che si sapesse perché, in genere, la gente considerava i filosofi degli esseri stravaganti, e specie gli amici della sua generazione, degli esseri addirittura ridicoli, oggetto soltanto di scherno. Il pollaio, in quei giorni, era stato visitato dalla peste ed erano morti una decina di capi. Avevo fatto portare da Napoli il vaccino antipeste e la morìa si era fermata. Salerno mi aveva fatto chiamare in direzione, mi aveva intrattenuto con sé più a lungo della prima volta e mi aveva fatto capire che era contento di me… Dopo la peste dei polli mi era stato dato ingresso libero in colonia anche da solo e senza la compagnia di Miranda. Miranda fu contento al par di me. Un giorno Miranda era assente ed io mi recai in colonia. Mentre attraversavo il grande viale, la porta del reparto donne si aprì e venne avanti suor Angela. Era sola. Io mi fermai per salutarla ed il cuore incominciò a tumultuarmi così forte da sembrare volere uscire fuori dal petto. Rispose al mio saluto con un mesto celestiale sorriso. Si era accorta del mio forte turbamento e notai un fugace compiacimento sul suo bel volto. Fece per fermarsi. Ma poi, come pentita, continuò di filato per il viale. Io corsi a nascondermi dietro un cespuglio di rose per vederla allontanarsi senza essere notato da occhi indiscreti. Mi sembrò che mentre si allontanava faceva degli sforzi per non voltarsi indietro. Dio mio, l’amavo fino a morire! Io ora ero sicuro che lei lo sapeva e ciò mi sconvolgeva e mi esaltava da farmi perdere il sentimento. Oh, se avessi potuto inginocchiarmi davanti a lei per baciare la punta delle sue dita, i lembi della sua tonaca! Oh, se avessi potuto adorarla genuflesso per tutta l’eternità! Io non amavo la sua carne, no! Avere rapporti carnali con lei mi sembrava commettere il più sacrilego dei sacrilegi. Io amavo la sua anima, il suo spirito dolorante, quel suo fugace celestiale sorriso di poc’anzi, proprio perché il riflesso del suo spirito dolorante. Un giorno, dopo alcune settimane, mentre mi recavo da solo in direzione da Salerno, salendo la scala a chiocciola che dal corridoio dell’ufficio matricola menava in direzione, incontrai di nuovo suor Angela. Quell’inaspettata visione illuminò il semi buio della scala. Impallidì ed intesi che le gambe mi venivano meno come nei momenti difficili della mia vita. M’inchinai senza fiato. Rispose al saluto anche lei pallida e turbata. Avrei voluto dirle tante cose, ma potei balbettare soltanto queste parole: «Sorella, ai vostri occhi sono un assassino?» «No, mio povero dottore! Chi soffre come voi per amore, non può essere un assassino!» «Sorella, io vi adoro! E, se permettete, vorrei baciarvi la mano, come si bacia la mano della madre di Dio». Mi porse la mano candida e ben fatta e io la baciai più volte con inebriante voluttà. Ella divenne più turbata che mai, ma poi ritirò la bella mano di scatto e si allontanò a precipizio per le scale.

Da “Raptus”, di Saverio Montalto, Ed. Periferia
a cura di
Bruno Chinè

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