Un artista di strada, in direzione ostinata e contraria

Dom, 17/04/2016 - 11:04
Salvatore Scoleri, nel 1986, insieme ai suoi amici Peppe De Luca, Mimmo Napoli e Totò Speranza fonda una band, gli Invece. Un basso, una chitarra, dei versi forti e, soprattutto, tanta rabbia da trasmettere.

A volte ti trovi su una strada perché fa parte del tuo viaggio. O, più semplicemente, per realizzare un’ambizione materiale. O, ancora, può essere un senso unico, un vicolo cieco, una servitù. Un vizio, una condizione, un’opportunità. Una scelta libera o una necessità. O niente di tutto ciò. Forse la percorri solo perché è la patria della tua anima. Soprattutto se hai con te una chitarra e delle storie da raccontare. “Ho ripreso la mia vita di artista di strada. E me la passo bene!”. Così Salvatore Scoleri, la storica voce degli Invece, parla di sé e del suo errabondare per il mondo. Passa le sue giornate cercando, dal suo angolo di strada, di distrarre un mondo che continua a correre in un tempo di fretta e frenesia. E, a modo suo, dal suo angolo di mondo, Sasà continua a condurre le lotte di sempre: dalla liberalizzazione delle droghe leggere, all’antimafia militante; dall’ecologia antimperialista, alla liberazione di Ocalan e del popolo curdo. Anarchico, pacifista, calabrese. Di Bovalino. Dove, ancora sedicenne, nel 1986, insieme ai suoi amici Peppe De Luca, Mimmo Napoli e Totò Speranza fonda una band, gli Invece. Un basso, una chitarra, dei versi forti e, soprattutto, tanta rabbia da trasmettere. Ribelli e alternativi, quei ragazzi esibiscono le loro capigliature a “spazzola” e i loro chiodi. Anticonformisti, forse troppo per la Bovalino a cavallo degli anni Novanta che, proprio in quella fase, comincia a soffrire i primi sintomi di un declino irreversibile. Iniziano, in quegli anni, a girare le prime musicasette registrate dal vivo. Quelle dimenticate ormai! Quelle, che quando si inceppavano, bisognava riavvolgerne il nastro con una penna bic. Gli Invece divennero presto un’icona di una generazione che iniziava a provarci gusto a uscire dagli schemi. Ma comu si faci, scritta due mesi dopo la morte di Totò Speranza, il bassista del gruppo, barbaramente assassinato dalla malavita per ragioni futili, un fatto tragico che sconvolge e segna Salvatore e gli altri, rappresenta un grido di dolore, ma anche la narrazione dei paradossi e delle ferite di una terra bellissima dove, canta Sasà, ‘ndavimu u suli, ‘ndavimu u mari e sogni d’amuri... e poi Uo Ci, Voli fatta, Mamma li turki, Non si poti, L’emigranti du 2000. Sono solo alcuni tra i più celebri testi dove trova spazio anche la lontananza ora inquieta, ora malinconica, dei tanti figli di questa terra partiti per conquistarsi un futuro diverso da quello che le nostre strade, quelle della Locride, potevano offrirgli. Le nostre strade appunto. Incompiute e precarie! Come i nostri sogni in dialetto. Sogni che, di tanto in tanto, Sasà porta con sé per il mondo: in Italia, in Inghilterra, in Norvegia e persino in America dove vive, ormai stabilmente, la sua famiglia. Un ragazzo di Bovalino, che continua il suo viaggio, come scrive sul suo profilo facebook citando De Andrè, in direzione ostinata e contraria. Un ragazzo che la sua terra non ha compreso, neppure quando cantava contro l’utilizzo dell’energia nucleare, subito dopo il disastro di Chernobyl, denunciando la contaminazione anche dei prodotti alimentari di prima necessità. Erano gli anni in cui apprendevamo l’esistenza del traffico dei rifiuti tossici da parte delle mafie solo grazie alle indagini del brillante Commissario Cattani della Piovra. E nessuno di noi immaginava minimamente che dei fusti velenosi potessero già dimorare nei fondali del nostro mare e nel ventre della nostra montagna, facendo aumentare, in maniera esponenziale, vent’anni dopo, i tassi di mortalità a causa del male assoluto di questo tempo. Ma Salvatore, con il suo reggae genialmente calabresizzato, cantava non si poti mbiviri vinu, non si poti mangiari lattuga… mancu cchju nu livu i giarra, è radiattiva tutta a terra… anche la nostra… la nostra terra!

Autore: 
Rosario Rocca
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