Utilizzabilità intercettazioni telefoniche

Lun, 21/10/2019 - 12:40
Giudiziaria

«La parte che deduce l'inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche ha l'onere di indicare specificamente gli atti sui quali l'eccezione si fonda e di allegare tali atti qualora non facciano parte del fascicolo trasmesso al giudice di legittimità». Lo scrivono i giudici della Corte di Cassazione in una recente sentenza che riguarda una serie di soggetti di origine calabrese condannati in Lombardia per associazione mafiosa.
Per i magistrati della Cassazione è, infatti, inammissibile il ricorso con cui l'indagato eccepisce la mancanza di un atto in ragione dell'omessa integrale allegazione in quanto, a fronte dell'affermazione del giudice di merito che attestati la presenza del medesimo, ove non risulti prodotta idonea certificazione di cancelleria in ordine alla presenza o meno dell'atto, si sollecita la Corte a verificare il fascicolo al quale, tuttavia, il giudice di legittimità non può accedere.
Si legge in sentenza: «Il principio per cui, allorché sia dedotto, mediante ricorso per cassazione, un "error in procedendo" ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. c) cod. proc. pen., la Corte di cassazione è giudice anche del fatto e, per risolvere la relativa questione, può accedere all'esame diretto degli atti processuali (Sez. U, n.42792 del 31/10/2001, Policastro, Rv. 220092), non si traduce nell'obbligo di consultazione di atti defluiti in diversi fascicoli processuali, separati o dal pubblico ministero - come avvenuto nel caso in esame proprio in riferimento alla posizione dei coimputati S.M. e P.M., separatamente giudicati nel procedimento c.d. Quadrifoglio - o in seguito allo stralcio di diverse posizioni processuali - come pure avvenuto nel caso in esame - quando non risulti dedotto che l'istante abbia svolto l'integrale verifica e, all'esito, il medesimo atto non sia stato rinvenuto. In tal senso, nel caso in cui una parte deduca il verificarsi di cause di nullità o inutilizzabilità collegate ad atti non rinvenibili nel fascicolo processuale (perché appartenenti ad altro procedimento), al generale onere di precisa indicazione che incombe su chi solleva l'eccezione si accompagna l'ulteriore onere di formale produzione delle risultanze documentali - positive o negative - addotte a fondamento del vizio processuale (Sez. U. n. 39061 del 16/07/2009, De Iorio, Rv. 244329)».
Nel caso in esame, il ricorrente, nel rappresentare di non avere avuto accesso - sebbene autorizzato anche ad estendere le ricerche presso la segreteria del Pubblico Ministero - a tutti gli atti dei procedimenti originariamente separati o di seguito stralciati, tra i quali quello celebrato a carico di S.M. e P.M. per la stessa imputazione sub 1), attesta egli stesso di non aver potuto riscontare la mancanza del decreto autorizzativo di cui assume l'assenza, richiedendo impropriamente alla Corte di effettuarne la ricerca e ponendo, pertanto, la doglianza nell'alveo della inammissibilità.
«Se corrisponde al vero che la corte territoriale abbia frainteso il motivo d'appello proposto in riferimento alla verifica di legittimità del procedimento incidentale ex art. 266 ss.gg. cod. proc. pen. – rilevano i giudici romani -, non risulta che il ricorrente abbia fondato la censura su una attestazione di vane ricerche del decreto R.I.T. 1539/2013 nei numerosi fascicoli che hanno dato luogo a più procedimenti stralciati, dovendosi presumere l'esistenza di atti utilizzati dal giudice (peraltro seguiti da provvedimenti che ne presuppongono l'adozione, id est i decreti di proroga), sin dalla fase cautelare, salva contraria dimostrazione, essendo la nullità prevista per l'inesistenza dell'atto, e non già per il suo mancato rinvenimento».
«Di guisa – concludono sul punto - che è inammissibile, per carenza d'interesse, il ricorso per cassazione avverso la sentenza di secondo grado che non abbia preso in considerazione un motivo di appello inammissibile "ab origine", in quanto l'eventuale accoglimento della doglianza non sortirebbe alcun esito favorevole in sede di giudizio di rinvio».

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