Venite, c’è rissa!

Dom, 27/09/2015 - 16:27
Festeggiamenti con le botte quelli della Madonna di Portosalvo. Una mega rissa nella zona delle giostre ha spedito un ragazzo sidernese al pronto soccorso. Purtroppo non si tratta di un caso isolato. La chiusura della festa di Siderno segue il copione di ciò che spesso accade sulla Costa Jonica, soprattutto d’estate.

Le feste paesane della Costa dei Gelsomini sono ormai volte al termine e l’ultima, quella di Siderno, con i festeggiamenti della Madonna di Portosalvo, è finita non con il botto, ma con le botte. È avvenuta difatti una rissa non indifferente nella zona delle giostre, dove a volare non sono stati giovani e non sui seggiolini delle giostre, ma pugni, calci e schiaffi. Ignote le cause della mega rissa che si è creata, dove un ragazzo sidernese è andato a finire al pronto soccorso, dove una marea di giovani, quasi tutti di sesso maschile (com’è giustu) si sono raccolti come le api sul miele (per non fare un altro esempio che si suol fare con le mosche…). E insomma, qualcuno quella sera era uscito per provare il brivido di stare con la testa sottosopra sulle famose “forbici” e invece la testa sottosopra se l’è ritrovata ugualmente, con tanto di punti di sutura, per non farci mancare nulla. Qualcun altro invece girava con un semplice tirapugni in tasca, che non si sa mai, potrebbe sempre servire. La rissa dell’8 settembre è solo uno degli innumerevoli esempi di ciò che accade sulla Costa Jonica, soprattutto d’estate.
E li riconosci da lontano, quelli pronti a far casino, perché si muovono in branco, con lo stesso stile di abbigliamento, magari col colletto “quadrettato”, con lo sguardo da duro, a farsi spazio tra la folla che balla, a rovinare la serata di qualche ragazzina contenta di aver guadagnato, quella sera, mezz’ora in più sul rientro a casa. A mettere a rischio la reputazione di qualche locale che voleva solo farli divertire. A confermare, ancora una volta, che la Calabria è una terra abitata da troppi ignoranti, e che quelle stesse braccia coinvolte in pugni e spintoni, sono veramente braccia rubate alle zappe. Si azzuffano sulle note di Jovanotti che canta “Respira questa libertà...aaa…aaa”, e di libertà io ne vedo davvero troppa. E li giustifico. Sì, li voglio, li devo giustificare perché la colpa non è loro. La colpa è delle famiglie, dei genitori che hanno avuto altrettanti genitori che hanno insegnato l’onore difeso con gli sputi, con un “Tu non sa cu sugnu eu” (e avrei preferito non saperlo). Le stesse famiglie dove la comunicazione è divisa su diversi livelli, dove il padre è quello che si incazza se non c’è l’acqua fresca sul tavolo e le bestemmie vengono usate ogni due per tre. Quelle famiglie dove le decisioni non sono mai state prese in comunione e i figli sono cresciuti con la regola del “Si fa così perché l’ho deciso io”. Quelle famiglie dove a una parola di troppo dei figli, seguiva nu bellu cinculiri ‘nte mussa, “così a prossima vota t’impari”.
Giovani con quell’IO forte perché in realtà sorretto da un NOI che fa da contenitore. Si muovono a branco, mai soli, bevono, si ubriacano e accerchiano qualche ragazza, magari tentando anche di allungare un po’ la mano. Già, le ragazze. Altra causa delle risse, usate come pretesto, perché qualcuno “gliel’ha guardata” la fidanzata, gliel’ha urtata e non si doveva permettere. Donne usate come oggetti, difese per una questione di rispetto, pubblicamente davanti a tutti e magari trattate come esseri inferiori, zittite, minacciate, quando nella quotidianità della coppia si propone qualcosa che esca dagli schemi del maschio. Me lo hanno raccontato, me lo raccontano tutt’oggi, me lo racconteranno. E poi c’è questo forte spirito di solidarietà che si crea tra concittadini, si corre a dare una mano nell’emergenza della rissa, ad alzarla quella mano, che se fossimo stati così solidali quotidianamente ad aiutarci realmente nei bisogni di tutti i giorni, saremmo dei paeselli modello, invece di avere l’onore di essere citati, col nome Locride, tra i luoghi a più alto tasso di criminalità. La mia non vuole essere né un’analisi sociologica (perché non lo è affatto), né un appello. Il mio è un commento da giovane donna calabrese che si è posta l’obiettivo nella propria vita, tramite la mia professione di psicologa, di comprendere il modo di pensare e di agire delle persone e, ingenuamente, sperare che fenomeni del genere si possano prevenire. Fenomeni che ormai sembrano essere andati in cancrena, radicati sottoterra, sotto le strade dove si svolgono le corse notturne con le auto, sotto le stesse strade cui sotto chissà cosa giace, e ce lo ricordano i nostri parenti morti di tumore, che qualcosa là sotto c’è. L’arma per combattere è la cultura, la scuola, l’associazionismo, quei famosi fattori di protezione a cui i giovanissimi devono essere indirizzati, prima di diventare gramigna, mala erba. Gli educatori si impegnano in questa grande sfida per tentare che i figli di oggi possano avere, a loro volta, figli a cui insegnare l’etica e il senso di civiltà. Perché vivere in un piccolo paese come quelli della Costa Jonica, potrebbe essere semplice e anche piacevole. È come quando vivi in un monolocale: è piccolo per cui facile da arredare, ma se non scegli i mobili giusti, diventa troppo stretto e poco funzionale.

Autore: 
Sara Jacopetta
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