Verso le elezioni: Enzo Romeo diffonde “Un manifesto per Siderno”

Gio, 27/02/2020 - 12:30

Da oltre vent’anni Siderno sta vivendo un declino senza precedenti. Le cause sono tante: di tipo economico, politico e sociale. Fattori locali e regionali si sono assommati agli effetti di una globalizzazione non governata e alle conseguenti crisi nazionale e internazionale. Le prossime elezioni sono l’occasione per tentare di invertire la rotta, ma serve uno sforzo collettivo, mettendo in secondo piano le visioni di parte in vista della realizzazione del bene comune, che è quello di garantire un futuro dignitoso alla nostra Città.
Per capire come si è arrivati a questa condizione di emergenza occorre fare, pur rapidamente, un’analisi storica. La nostra cittadina aveva una vocazione essenzialmente industriale e commerciale, a cui si univa anche una buona attrattiva turistica. Già dalla metà dell’Ottocento, con l’espandersi della Marina, Siderno era divenuta il punto di riferimento per gli scambi commerciali dell’intero comprensorio, grazie anche all’approdo per i navigli, che aveva creato un legame speciale soprattutto con Amalfi. Il commercio si proiettava al Nord Italia e all’estero, attraverso la fiorente attività di raffinerie d’olio, pastifici, fabbriche di laterizi, piccole industrie per la lavorazione del legname, della liquerizia e della radica per pipe. L’industria si raccordava con l’agricoltura (soprattutto ulivi e agrumi), che era ancora una voce importante per l’occupazione. Inoltre, era andato man mano crescendo il settore terziario con l’apertura di scuole e uffici. Siderno offriva piena occupazione non solo ai propri cittadini, ma a molti abitanti dei paesi viciniori, che la consideravano una piccola Milano. Nel secondo dopoguerra, infine, c’era stata la presa di coscienza delle potenzialità turistiche, culminata con la costruzione del Lungomare, il primo dell’intera costa jonica.
Fino agli anni Sessanta tutto questo aveva permesso un progresso più o meno armonico. C’era una zona industriale (quella a nord della stazione ferroviaria) con fabbriche, fornaci, oleifici, manifatture varie; c’era un centro cittadino con palazzetti a uno o due piani, uniformi dal punto di vista architettonico; c’erano i quartieri legati alla pesca (Sbarre e Santa Caterina); c’era il vecchio capoluogo di Siderno Superiore, bisognoso di interventi di restauro ma sostanzialmente intatto nella sua struttura originaria; c’erano le tante e popolose contrade sparse tra orti, vigneti e giardini; e c’erano infine ampie aree di verde agricolo a ridosso del nucleo urbano, il più ampio dei quali era il Feudo, che faceva da cuscinetto con la vicina Locri.
Negli Anni Ottanta la tumultuosa ma disordinata crescita socio-economica e il boom edilizio resero urgente una riorganizzazione complessiva del territorio comunale. Dopo lunghe lotte era stata ottenuta l’apertura dell’Ospedale civile, mentre si moltiplicavano i cantieri per la costruzione di nuovi edifici abitativi, spesso realizzati in condizioni di abusivismo. Si arrivò così all’approvazione del Piano regolatore, che prevedeva una zona di espansione industriale in contrada Pantanizzi (alle spalle della Fabbrica D’Agostino) e una zona turistica dal lato opposto del centro urbano (intorno all’Hotel President). Purtroppo, il Piano ben presto fu ampiamente emendato per avallare lo status quo che intanto si era creato con la collocazione abusiva di edifici di civile abitazione e di strutture a uso commerciale o di artigianato.
Ciò ha favorito il disordine urbanistico, mentre la mancanza di un progetto di sviluppo ha provocato un’involuzione in senso anarcoide del tessuto cittadino. Le attività industriali si sono via via ridotte o sono scomparse (basti citare l’Oleificio Romeo e il cementificio D’Agostino), mentre si è cavalcata l’onda consumistico-commerciale, ma senza incanalarla in un alveo che garantisse continuità. Il nuovo commercio sidernese, sviluppatosi a fine millennio, non è stato più sostenuto dalla produzione industriale e manifatturiera, né è stato finalizzato all’esportazione (come s’era fatto nei tempi passati), ma si è retto sul consumo interno, presupponendo un retroterra economico che si andava invece sfaldando rapidamente. Un apparente benessere, frutto della momentanea circolazione di denaro, dovuta spesso ad attività illecite, ha dato per qualche anno l’illusione che si potesse ottenere per vie traverse ciò che non si riusciva più a raggiungere attraverso la strada principale, fatta di fatica e di lavoro. Il risveglio è stato duro e tuttora ne paghiamo le conseguenze.
Tutto questo ha favorito l’espandersi di zone grigie in cui è difficile distinguere il lecito dall’illecito. Le conseguenze, sul piano amministrativo, sono state disastrose e hanno portato a ben tre commissariamenti del Consiglio comunale per infiltrazioni di stampo mafioso, in base all’art. 143 del Testo unico degli Enti locali (d.lgs. 267/2000). Ci sono procedimenti giudiziari e amministrativi in corso e quindi è giusto non addentrarsi troppo nel campo dei giudizi. Si possono, però, fare due considerazioni.
La prima riguarda lo Stato, che non deve limitarsi a provvedimenti punitivi, ma ha il dovere di accompagnare con adeguati strumenti di sostegno il Comune in difficoltà. Il ripetuto ricorso all’istituto del commissariamento rischia di produrre un’ulteriore perdita di senso civico tra la cittadinanza e di indebolire de facto il sistema democratico. Perché dovrei andare a votare, se il rappresentante che eleggo è poi sistematicamente sostituito da un commissario prefettizio?
La seconda considerazione riguarda, invece, tutti noi. È tempo di accettare la sfida della legalità, uscendo dagli equivoci ed eliminando ogni comportamento che offra contiguità e dia spazio agli ambienti della ҆ndragheta o di altre consorterie arbitrarie. Non si tratta di promuovere una crociata o una sorta di “guerra civile” tra i cosiddetti buoni e i cosiddetti cattivi, ma di far capire a ciascuno che la crescita economico-sociale condotta col malaffare è illusoria e trascina in un vicolo cieco anche coloro che ne tirano le fila.
Per superare lo scollamento tra cittadinanza e rappresentatività istituzionale dobbiamo riscoprire il senso delle cose. Il Comune rimanda allo stare insieme e il Municipio (da munia, doveri, oneri e capĕre, prendere, assumere) è il luogo dove la comunità è amministrata. La stessa funzione del Sindaco (da syn, con, insieme, e díkē, giustizia) è orientata all’onesta e sana convivenza civile.
Non è questo il momento di parlare di programmi. Si può adesso solo accennare agli ambiti di impegno più urgenti. A cominciare dal quello culturale e pedagogico. La rinata attività della Biblioteca comunale, per opera di un gruppo spontaneo di cittadini, e la costituzione di comitati per la salvaguardia della salute pubblica sono l’esempio di una partecipazione “dal basso” fondamentale per una svolta positiva.
Nuova attenzione va riservata all’attività scolastica. Se Siderno avrà buone scuole – dalle materne alle superiori – dove si insegna (anche l’educazione civica!) con serietà e abnegazione, allora ci sarà una speranza in più di cambiare le cose. Auspicabile, nella prospettiva di un’inversione di mentalità, il risveglio dell’associazionismo: culturale, religioso, sportivo. Tutti, per la propria parte, possono contribuire alla “promozione umana” della nostra Città, in un momento così cruciale e delicato.
Un cenno va fatto all’emergenza ambientale: vanno eliminate le aree di abbandono e degrado, alcune centralissime, come la zona dell’ex Pastificio Cataldo e dell’ex industria Materazzi; va perfezionata la raccolta dei rifiuti, da una parte migliorando il servizio offerto dalla società appaltatrice e dall’altro individuando gli evasori; va garantita la pulizia delle acque marine, elemento indispensabile, oltre che per la salute pubblica, per la salvaguardia dell’attività turistica; vanno messe in sicurezza le falde acquifere di Pantanizzi e smaltiti definitivamente i velenosi residui di lavorazione dell’ex fabbrica chimica BP; va eliminato l’inquinamento olfattivo prodotto dalla discarica di contrada San Leo, anche a costo di chiedere la chiusura definitiva del sito; va riattivata la Diga, che da oasi di verde pubblico si è trasformata in area di pubblico abbandono.
Guardando più in prospettiva, va ripresa l’idea di una “confederazione” amministrativa con i Comuni vicini, superando campanilismi anacronistici e prendendo atto della già avvenuta conurbazione. La trasformazione della nostra Provincia in Città metropolitana ha fatto sì che le attenzioni e le risorse tendano a concentrarsi sul capoluogo reggino, lasciando indietro le zone considerate periferiche, come l’alta fascia jonica, peraltro suddivisa in tanti centri, quasi tutti di piccole dimensioni. Fatta salva l’azione dell’Associazione dei Comuni della Locride, sarebbe lungimirante pensare a un’area metropolitana Siderno-Locri-Grotteria-Marina di Gioiosa per dare più peso alle istanze comprensoriali e armonizzarle meglio.
Toccherà ad altri, a tempo debito, stilare una lista di priorità per mettere in atto un piano strategico di interventi.
Abbiamo davanti un puzzle da ricomporre e dalla capacità di rimettere insieme i pezzi, per riportare l’immagine alla sua armonia, dipenderà anche la possibilità per Siderno di riavere prospettive di occupazione e rilancio.
Occorre a questo punto una grande coalizione cittadina, così come richiesto dalla situazione particolare di emergenza che stiamo attraversando, abbandonando temporaneamente le categorie di maggioranza ed opposizione, per coagulare il sostegno di tutti – partiti politici, forze sociali, singoli cittadini – verso l’obiettivo di salvare la nostra Città. Il momento è arrivato in cui le gravi emergenze del territorio vanno affrontate senza gabbie ideologiche e con un impegno trasversale. Di fronte alle sfide che attendono Siderno si possono mettere insieme, in nome del bene comune, l’umanesimo cristiano, il solidarismo di matrice socialista e il liberalismo moderato. Non è più tempo di navigare a vista, approdando qua e là, di favore in favore, e accontentandosi del piccolo cabotaggio. Questo andazzo ha solo impoverito Siderno e ne ha depauperato le risorse. Bisogna adesso sciogliere la vela grande e riprendere il largo. Altrimenti detto, è necessario riappropriarsi della politica, intesa nella sua accezione più alta, di servizio alla res publica prima che di luogo dove si esercita il potere. La nostra Città attende un segnale, che dimostri che – nonostante tutto – si può guardare con fiducia l’orizzonte, si possono ancora spendere tempo ed energie per realizzare il sogno di una Città prospera ed onesta.
Quando tutto sembra venir meno ci si aggrappa anche ai simboli. Siderno ne ha uno bellissimo nel suo stemma e nei suoi colori: tre stelle luminose sulle onde del mare azzurro. La stella centrale è una cometa, simbolo della direzione da seguire. Non è un caso, forse, l’assonanza tra l’emblema cittadino e lo stupendo medaglione d’oro conservato al Museo archeologico di Locri, rinvenuto molti anni fa nelle campagne di Siderno Superiore. Il reperto risale ai primi secoli del cristianesimo ed è una delle più antiche rappresentazioni dell’adorazione dei Magi. Quella figura custodisce le nostre radici e, al contempo, ci dà un’indicazione programmatica: mettersi in cammino dietro alla buona stella per giungere alla meta della salvezza. C’è un detto autoironico dei sidernesi: “Siderno inizia col sì e finisce col no”. Ribaltiamone il significato: Siderno inizia col sì al cambiamento per dire no al degrado e alla decadenza.
Rendiamoci tutti protagonisti di questo sì, di quest’inizio di tempi nuovi, guidati dalla speranza che qui e ora sia possibile costruire un domani per noi e per i nostri figli.

Enzo Romeo

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