Viaggio nel tempo il processo Armonia (I parte)

Lun, 20/05/2019 - 18:40
Giudiziaria

All’interno dell’evoluzione della ’ndrangheta c’è il processo “Armonia”, conclusosi in primo grado per alcuni imputati con la sentenza del g.u.p. di questo Tribunale del 6 giugno 2001 e per altri, tra cui il boss Giuseppe Morabito, con la sentenza del medesimo Tribunale (in esito a giudizio dibattimentale) del 26 ottobre 2002.
La Corte di appello di Reggio Calabria con sentenza dell’11 luglio 2002 (confermata in Cassazione), nel giudicare le impugnazioni avverso la prima delle due superiori pronunzie e nel confermare sostanzialmente le condanne degli imputati appellanti “in relazione al loro ruolo di esponenti di sottogruppi locali aderenti all'unica cosca capeggiata dal Morabito, che riunisce i “locali” del comprensorio jonico che va da Melito Porto Salvo a Brancaleone”, ha confermato l’esclusione dell’ipotesi “dell'esistenza di una sorta di "cupola" mafiosa, mutuando il concetto dall'esperienza giudiziaria palermitana, intesa come aggregazione del vertice di tutte le cosche del territorio della città e della provincia di Reggio Calabria per coordinare le attività e gli ambiti territoriali dei singoli gruppi che si riconoscono nella cosiddetta “'ndrangheta” (…)”. Ciò perché “nel presente processo il raccordo che si è determinato fra taluni esponenti di cosche del versante jonico della provincia è rimasto limitato ad un preciso ambito territoriale, non inquadrabile obiettivamente in intese più vaste intercorse in ambito provinciale e tra tutte le cosche, che nel territorio di Reggio Calabria sono classificabili in una pluralità di ambiti: le cosche cittadine, quelle dei paesi dell'Aspromonte, quelle della Piana di Gioia Tauro, quelle della fascia jonica dei centri minori fino a Brancaleone e della fascia jonica compresa tra Locri e Monasterace (…). Si vuol cioè porre in evidenza che una cosa è avere una direzione collegiale e stabile del fenomeno mafioso ed altra cosa è raccordarsi volta per volta in presenza dell'esigenza di superare contrasti o di definire ambiti territoriali e di azione tra cosche limitrofe”.
La sentenza di primo grado del Tribunale di Reggio Calabria nel giudizio dibattimentale sopraggiungeva tre mesi e mezzo dopo, il 26 ottobre 2002, con una motivazione nella quale, diversamente da quanto affermato nel processo celebrato con il rito abbreviato, vi era una palese apertura ad un fenomeno evolutivo chiaramente emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale: “Il Collegio non ritiene che allo stato sia stata raggiunta la prova dell’esistenza di un’associazione mafiosa di dimensione “provinciale” nella quale operano in confederazione tutte le cosche del territorio provinciale reggino; materia, peraltro, non compresa nei capi di imputazione formulati in questo processo. Dagli atti emerge, tuttavia, cosa diversa e cioè: la presenza in atto ed in via di svolgimento di una tanto spontanea quanto naturale tendenza al confronto tra le cosche della “Provincia”. Questo interscambio, per le modalità con le quali si svolge e per gli argomenti trattati, può considerarsi sicuro indice di un processo, ancora allo stato embrionale, orientato verso la formazione di un organismo, tendenzialmente stabile, di coordinamento delle cosche della provincia reggina. La sussistenza, tuttavia, di questo processo evolutivo, di cui nelle conversazioni in argomento si sono rintracciati evidenti segni, rende estremamente plausibile che si sia, viceversa, già raggiunta quanto meno una certa coesione ed una forma anche embrionale di organizzazione all’interno delle grandi macroaree in cui è divisa, anche geograficamente e morfologicamente, la provincia reggina. (...) Ora al di là delle difficoltà terminologiche tese a rintracciare con precisione quale sia la corretta denominazione (il CRIMINE, il PADRINO, la PROVINCIA) di questo organismo collegiale egemone, non può certamente negarsi validità alla ricostruzione che ipotizza il predominio di alcune cosche mafiose sulle altre operanti nel medesimo contesto territoriale allargato, che nel caso di specie è quello ricadente nel versante jonico reggino”. (segue)

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