Voglio portare il mare in una stanza

Lun, 03/02/2020 - 10:00
Architettura sulla scala

Quando mio padre mi portò via dalla città in cui vivevamo e avevo amici e amori la presi molto male. L’unica cosa che mi consolò dallo strappo fu che ci trasferimmo in un paesino del sud, un accumulo di case coloratissime stese sulla pianura che declinava lentamente sino alle dune e al mare. Andai ad abitare in una piccola casa verniciata color lobelia, con finestre aperte verso il paesaggio acquatico.
La mattina scendevo lì dove c’erano poche costruzioni di legno, con in cima le bandierine dei Bagni Misteriosi e la loro stabilità sul mare assicurata da pali rotondi affondati nella sabbia. Le donne erano poche e si riparavano dal sole con ombrelli da pioggia neri. Gli uomini, lontani nelle onde, scoperti fino al torace, erano prevalentemente immobili e avevano l’aspetto di eroi greci.
Nel paese, con alberi di oleandri nei viali e dature nei giardini, vi era anche una biblioteca, una bella biblioteca di una volta, con i libri che spandevano prepotentemente profumo di carta ovunque, in cui potevo leggere a volontà senza stancarmi. In uno scaffale in alto, tra la polvere luminosa, trovai quello che è stato per molto tempo il mio libro prediletto, “Ebdòmero”, il romanzo-mondo di Giorgio De Chirico. Sulla copertina il personaggio è raffigurato all’interno di una stanza in barca, in atto di remare. “Fece in barca il giro della sua camera, respinto sempre agli angoli dalla risacca e, finalmente, sfruttando tutta la sua energia e la sua destrezza di vecchio ginnasta, aiutandosi con le cornici, abbandonò il suo agile scafo e si issò alla finestra, che era posta molto in alto, come la finestra di una prigione”.
De Chirico ricorda che l’idea gli venne guardando un signore che camminava in una casa su un parquet lucidato a cera: “Ebbi l’impressione che egli potesse affondare in quel pavimento, come in una piscina, che vi potesse muoversi e anche nuotare”.
È stato allora che scrutando quel mare senza onde, senza burrasche, mi sono sorpreso immerso, circondato in un mistero che non comprendevo ma che invece mi comprendeva, mi abbracciava, mi affascinava e mi turbava. Volevo capire, volevo imparare, volevo disperatamente sapere se c'è un modo – o se non c'è – di disegnare una casa in cui si possa rinchiudere il mare, le sue musiche, le schegge bluastre delle sue ire. Una casa o almeno una stanza in cui si possa trattenere il mare. Tenere il mare almeno per il fondo della camicia. Anche soltanto per un po', anche un mare su misura, di pochi metri quadri, solo acquattato nella stanza da letto, mentre la luce arriva da una finestra illuminata. In molti mi dicono che è del tutto impossibile.
Dopo i profumati tempi in cui ero giovane, mi avvicino alla vecchiaia e penso che quella dell’architetto sia un’esistenza sentimentale alla ricerca continua della propria forma, non solo per viverla, ma soprattutto per raccontarla e che, dunque l’architettura non sia immaginare come siano le cose e neanche quello che si immagina dentro o dietro le cose.
L’architettura è ancora più in là: è immaginare quello che c’è nei i sogni.

Autore: 
Pas Giurleo
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