Walter Pedullà racconta gli scrittori calabresi del ‘900

Lun, 16/05/2016 - 19:57

Ponendo termine a una discussione forse fin troppo a lungo trascinata, Pedullà chiarisce che non esiste una “letteratura calabrese”. Quella, al massimo, definisce un magma di scrittori che nascono e muoiono mediocri e locali. Questo forse uno dei punti più interessanti della presentazione del saggio Rubbettino “Il mondo visto da sotto”, che Pedullà scrive in una fase ultima della sua carriera, durante la quale si tirano le somme di mezzo secolo di letteratura scritta da calabresi. Cinque opere in corso, Pedullà non abdica al suo ruolo di maestro, anzi, con freschezza quasi fanciullesca si fa trascinare in aneddoti e opinioni, finalmente rivelabili, al microfono della Saletta Rossa della libreria Calliope di Siderno, delicatamente ricamati da Maria Teresa D’Agostino, come sempre fluida nel tenere il fil rouge di discorsi impegnativi e soggetti a digressioni. Non si può che concordare con una visione della letteratura che taglia fuori ciò che non è veramente elevato, una visione forse elitaria, ma di certo più volta all’ “ardua sentenza” dei posteri, che non alle misure larghe di un mercato locale o indulgente verso la massificazione letteraria. Secondo Pedullà il successo di uno scrittore è coniare un termine che porti il suo nome, ad esempio “pirandelliano”, “alvariano” :quando soggetto diventa universo. Come un botanico che individua una nuova specie di pianta e le assegna il proprio nome, così uno scrittore conquista uno “stile”, unico, personale, originale. Anche Claudio Magris spiegò –con una icastica immagine- che il vero scrittore è colui che i sé lascia vedere una minima parte, come un iceberg, che affonda in acque gelate tutta la sua massa. In questo senso la letteratura, quella vera, deve parlare a tutti: calabresi, veneti, americani, cinesi. Perché, come Arte, non è altro che l’esplorazione delle infinite pieghe dell’Umanità.

Autore: 
Lidia Zitara
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