“Alla ’ndrangheta, alla ’ndrangheta”: Il grido che non ci fa uscire dagli stereotipi

Dom, 17/01/2016 - 12:21
I tanti, troppi fatti criminosi che si sono verificati in questi primi giorni dell’anno nella Locride sono stati portati a termine nella certezza che il dito sarebbe stato puntato contro le famiglie mafiose e che le indagini si sarebbero subitaneamente arenate. Troppi particolari tuttavia, lasciano pensare che l’origine degli atti intimidatori a comuni e società siano di matrice del tutto diversa…

Questi primi giorni del 2016 hanno riservato molte brutte sorprese alla Locride. Il mese di dicembre, funestato dalle intimidazioni al sindaco di Gioiosa Jonica e alla dirigenza dello Sporting Locri, ha prodotto strascichi che ancora oggi si ripercuotono sulla cronaca della quale la nostra terra si sta suo malgrado rendendo protagonista. Si aggiungano a questi due eventi gli incendi ai mezzi per la raccolta differenziata, sempre a Gioiosa Jonica, e allo scuolabus di Martone e l’impressione è che il ritorno della mano nera della criminalità organizzata abbia ripreso a perseguire l’obiettivo crescita zero alla quale sembriamo condannati da sempiterna memoria.
Ma davvero questi fatti deprecabili sono tutti da ricollegarsi a un’unica mente intenzionata a ricordarci che l’egemonia del male non è mai finita? Davvero la raccolta differenziata di Gioiosa, la squadra di calcio femminile di Locri e il pulmino scolastico di Martone intralciavano i piani di un mammasantissima locale?
Recenti svolte nelle indagini sembrerebbero affermare il contrario rispetto a quanto è stato detto soprattutto nel caso delle minacce ad Armeni. Anche nei casi di Gioiosa e Martone, tuttavia, pensare che le intimidazioni siano di indubbia matrice mafiosa sarebbe piuttosto affrettato.
Non è forse più probabile che qualcuno stia perseguendo obiettivi personali nascondendosi dietro l’alibi della criminalità organizzata?
In un territorio dalla storia singolare come è quello della Locride basta poco per assicurarsi che il braccio (corto, e non armato) della legge non raggiunga il vero colpevole: avere qualcosa da nascondere dietro un biglietto minatorio o una tanica di benzina e qualche fiammifero sembra il modo migliore per assicurarsi di alzare un polverone così grosso da potersi allontanare indisturbati mentre la gente indignata grida “Al lupo! Al lupo!” rivolta dall’altra parte.
In settimana Angelo Maggio ha affermato ironicamente che questa situazione si viene a creare a causa dell’assenza di un ufficio stampa della ‘ndrangheta che possa rinnegare questo tipo di azioni. Fuor di ironia pare a noi di vedere troppo spesso elevati a paladini della legalità personaggi a cui è “semplicemente” capitata tra capo e collo la vendetta di qualche idiot savant che ha saputo come nascondersi dietro un dito anche dopo aver portato a termine l’atto schifoso di dare alle fiamme un mezzo che serviva a servirlo (mi si perdoni il gioco di parole).
Passerelle solidali, urla di sdegno e rassicurazioni alfaniane che strappano pose fiere su Facebook certo non sovvertiranno questa situazione. Quando i colpevoli dei gesti che hanno funestato questi primi quindici giorni dell’anno saranno individuati con certezza potremo finalmente affermare di aver imboccato la strada giusta per uscire dagli stereotipi con i quali siamo stati bollati ancora una volta.
Fino ad allora l’appellativo di calabresi criminali, misogini, truffaldini e omertosi sarà il fango perfetto in cui continuare a far sguazzare le testate nazionali.

Autore: 
Umberto Landi
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