“La storia delle OMC ci insegna che il riscatto è possibile”

Sab, 02/11/2019 - 09:30

L’opinione pubblica, anche quella comprensoriale, dimentica troppo spesso la storia delle Officine Meccaniche Calabresi. L’opportunistico oblio di una delle pagine maggiormente gloriose della storia della Locride ha contribuito a diffondere il ritratto di un comprensorio povero e indolente che, dopo i fasti dell’antichità, avrebbe nascosto opportunisticamente la propria incapacità di mettersi al passo del più produttivo settentrione d’Italia dietro l’oppressione della ‘ndrangheta e la crudeltà di uno Stato tiranno che aveva un occulto interesse ad asservirlo.
Eppure, la storia dell’ingegnere Vincenzo Bruzzese, trentenne di Grotteria che, dopo essere stato impiegato nella Diatto di Torino, aveva deciso nel 1924 di fondare un’azienda metalmeccanica a Locri, dimostra che la gloria di un futuro industriale, all’inizio del secolo scorso, era davvero dietro l’angolo per il nostro comprensorio.
Come troppo spesso è accaduto nella Locride, tuttavia, anche la storia delle OMC si sarebbe prematuramente conclusa a causa di un’accusa infamante dietro la quale si nascondeva con ogni probabilità la tessitura di chi, in quella fabbrica, vedeva un nemico da combattere anziché un’opportunità di sviluppo. L’accusa rivolta all’ingegnere di aver sottratto i 6 milioni di lire che fecero fallire la Banca Popolare di Gerace avrebbero convinto la magistratura a eseguire un arresto in grado di condurre al fallimento delle Officine in poche settimane, e a nulla sarebbe servita la riabilitazione di Bruzzese, quattro anni dopo, per opera del Tribunale di Salerno per salvare una barca ormai affondata.
Le OMC erano state vittime di un disegno perverso che avrebbe garantito ai suoi autori non solo di vedere morire la fabbrica, ma persino che la sua storia venisse totalmente dimenticata, gettando nel più nero sconforto le generazioni che, da quel momento in poi, avrebbero creduto più facilmente alla storia che nella Locride non si è mai saputo investire piuttosto che in quella di un’officina la cui concorrenza sarebbe stata vista con timore dalle sue controparti torinesi e milanesi.
Fortunatamente a ricordarci questa storia e tutti i suoi risvolti ci pensa “Lo scandalo delle OMC” di Salvatore Futia, un libro oggi giunto alla terza edizione grazie alla ristampa recentemente concessa dal professore alla casa editrice P Librerie della Libreria Pedullà che, curata da Gabriele Polito, vanta la nuova prefazione di Antonio Ruggia, autore di una tesi di laurea sull’argomento, utile a introdurre brevemente ma con grande efficacia questa vicenda su cui le istituzioni sono sempre rimaste in colpevole silenzio.
Per ripercorrere anche noi la storia delle Officine e capire l’importanza di questa ristampa, questa settimana abbiamo intervistato il professore Futia.
Torniamo alla genesi del libro. Come le viene l’idea di raccontare lo scandalo delle OMC?
Il libro è stato pubblicato per la prima volta dall’editore Barbaro di Oppido Mamertina nel 1993 e ne sono state fatte due ristampe e tre edizioni. Si tratta di un volume bene o male noto in tutta Italia ma, anche se in questo periodo si fanno molti film e si scrive tanto sulla Calabria, a nessuno è mai venuto in mente di raccontare meglio questa storia. All’epoca pensaci di approfondirla perché frequentavo un signore di Locri, Pasquale Napoli, poi morto nei primi anni ’90 a 105 anni, che aveva lavorato da giovane proprio presso le Officine. Questi era uno degli ultimi operai rimasti sul nostro territorio, perché la maggior parte dei dipendenti delle OMC, dopo la chiusura, erano andati al nord, dove avevano preso lavoro in posizioni apicali presso le industrie più fiorenti della seconda metà del ‘900. A differenza degli operai della Fiat, ad esempio, che sapevano solo lavorare presso la catena di montaggio, questi nostri manovali erano infatti abili nel portare a termine più compiti e venivano trattati come veri e propri jolly da inserire ovunque ci fosse bisogno di loro dai capi delle industrie settentrionali. Questo Napoli cominciò a parlarmi della storia delle Officine dopo aver visto, un pomeriggio, un giovane che impennava con la moto e, a partire da quel giorno, per tutto il mese successivo, mi raccontò tutti i dettagli che oggi si possono leggere sul mio libro. La mia abitazione, inoltre, apparteneva a una delle dipendenti delle OMC, che credo fosse l’unica fabbrica d’Italia, all’epoca, ad aver assunto delle donne e ad avere un dopolavoro completamente dedicato ad esse. Non è un caso, infatti, se questa signora raccontava di essere stata a lungo scambiata per una prostituta a causa del suo turno di lavoro notturno. Sono questi due elementi, come la storia dell’ingegnere Francesco Franco, di cui riporto un’intervista alla fine del libro, ad avermi fatto fatto venire l’idea di approfondire questa vicenda.
Perché, a distanza di quasi un secolo, ritiene importante continuare a mantenere vivo il ricordo di questa vicenda e perché, di conseguenza, ha voluto dare nuovamente alle stampe il suo libro?
Perché negli ultimi cinquant’anni anni abbiamo assistito spesso all’apertura di stabilimenti industriali di grandi marchi lontano dalle sedi centrali e, alla stessa velocità con cui questi centri sono sorti, spesso sono stati anche chiusi, dato che gli interessi delle multinazionali si concentravano ovviamente sulle sedi principali. Le OMC, invece, sono forse ancora oggi l’unico esempio di realtà industriale completamente nata all’interno di un comprensorio grazie allo sforzo di persone che erano del posto e ci tenevano a far sorgere una realtà di questo tipo nel proprio territorio. Ad eccezione dei fari e delle gomme delle motociclette, infatti, tutto veniva prodotto nella Locride come da volontà dell’ingegnere Bruzzese, che riuscì in poco tempo a realizzare un centro metalmeccanico che avesse lo stesso successo delle grandi industrie del nord pur partendo da una base lavorativa completamente differente. È pur vero che si trattava di un periodo storico in cui il nord, pure lontano, non sembrava così difficile da raggiungere come sarebbe invece avvenuto in seguito alla Seconda Guerra Mondiale. L’assetto industriale impostato dai Borbone ancora sopravviveva e una fabbrica completamente concepita, nata e sviluppata da studiosi e operai della Locride era il modo ideale di mantenere a galla la forza economica che ancora potevamo vantare.
Qual è stata la chiave del repentino successo delle Officine?
Bruzzese, ex vicedirettore della Diatto, industria che costruiva locomotive a Torino, sfruttò l’esperienza di ingegneri del nord Italia disposti a trasferirsi sui nostri lidi per avviare il proprio progetto nella sua terra natìa. La fortuna del comprensorio fu proprio il desiderio dell’ingegnere di tornare in Calabria, dove scelse Locri per aprire la sede delle OMC in virtù della conformazione del territorio. Qui Bruzzese avviò una collaborazione con un meccanico del posto, Melandri, che gli permise di entrare in affari rettificando pezzi di ricambio per le poche autovetture e motociclette che circolavano in città, un piccolo stabilimento che, presto, si sarebbe specializzato nella produzione di bulloni di grande qualità. A partire da quel momento, il lavoro dell’ingegnere e della sua piccola catena di montaggio venne conosciuto e apprezzato nell’ambiente siderurgico nazionale, tanto che la prima grande commessa per il suo stabilimento fu la produzione dei bulloni per il transatlantico Rex, poi affondato dagli inglesi durante la guerra. La lungimiranza di Bruzzese gli permise poi di riuscire ad adattarsi ai tempi che cambiavano. Dopo aver prodotto pezzi di ricambio per auto e bulloni per navi l’ingegnere stava già ragionando sulla produzione di un un innovativo motore per aereo e sul primo elicottero quando la crisi del ’29, che colpì ovviamente anche le periferie, lo convinse a dedicarsi al solo assemblaggio delle moto, di cui si sarebbe occupato fino all’improvvisa chiusura dello stabilimento.
Quali sono stati gli anni di attività dell’azienda e quanti gli impiegati?
L’inizio della collaborazione tra l’ingegnere e Melandri risale al 1924 e contava sul lavoro di quattro operai. Già quando si passò alla produzione dei bulloni il numero aumentò, ma è stato con la catena di montaggio per le motociclette che le OMC vantavano 150 operai fissi che, a seconda delle commesse, potevano arrivare fino a 300 unità, per lui facilmente reperibili perché era un grande esperto di marketing. Non è un caso, infatti, se il logo delle Officine era di chiara matrice futurista e se riuscì a prevenire la crisi del ’29 accogliendo i suggerimenti di chi stava consigliando agli industriali di concentrarsi sulla produzione delle motociclette, che avevano un largo impiego militare e, con i venti di guerra che si cominciavano a percepire in quegli anni, sarebbero certamente state richiestissime di lì a poco. Naturalmente da noi non c’erano manovalanze qualificate e fu per questa ragione che Bruzzese avviò i lavori grazie al contributo di alcuni tecnici torinesi, delegati a insegnare ai nostri come svolgere il proprio lavoro, che veniva periodicamente testato, cronometro alla mano, per assicurarsi che rispettassero le tempistiche tenute dagli operai di Torino.
Questo repentino successo e le condizioni di lavoro assicurate dall’ingegnere, naturalmente, non furono viste da tutti di buon occhio…
Ovviamente no. I grandi proletari non accettavano la presenza di grandi industrie per due ragioni: perché non erano lungimiranti e perché l’industrializzazione gli toglieva la manovalanza che potevano impiegare a buon prezzo presso i propri campi. L’apertura delle Officine, anzi, creò una vera e propria crisi sociale, nel nostro comprensorio, perché i braccianti che lavoravano dall’alba al tramonto per quattro lire al giorno, spesso si resero disponibili a prestare servizio gratuitamente presso le OMC per interi mesi pur di avere assicurato, da lì a qualche tempo, un impiego alle condizioni concesse da Bruzzese, che prevedevano otto ore lavorative dal lunedì al venerdì per ben quattordici lire giornaliere.
Insomma, da parte dell’ingegnere c’era una concezione progressista del lavoro che, purtroppo, ancora oggi non è facile riscontare nel nostro comprensorio (e in tantissime altre parti d’Italia). Non pensa che i datori di lavoro che ancora non danno il giusto peso all’attività dei propri dipendenti sia uno dei fattori che ha bloccato sul nascere tutte le pretese di sviluppo della Locride?
Sì, ed è proprio per questo che ho fatto stampare nuovamente il libro con la speranza che possa arrivare a quei ragazzi che se ne vanno lamentandosi che qui non c’è lavoro. La storia dell’ingegnere ci insegna che il nostro territorio, forse più di altri, ci offre la possibilità di inventarne cento, di lavori e che noi possiamo ripetere qui l’esperienza di centinaia di giovani che, nel centro e nel nord Italia, hanno messo da parte la propria laurea per riprendere tra le mani i lavori dei padri e dei nonni, dando nuova linfa vitale a un settore primario che, fino all’inizio degli anni 2000, sembrava caduto in una crisi irreversibile. Se sono riusciti a farlo loro con territori che danno determinate opportunità, si pensi cosa si potrebbe produrre da un territorio che, come il nostro non gode di colture estensive ma di un microclima diverso ogni 15 km, fattore che ci permette di avere una varietà di colture impressionante. Si tratta solo di sfruttare le condizioni date e, ove possibile, creare un lavoro da zero, proprio come fece Bruzzese.
Ma sarebbe possibile, oggi, riuscire a realizzare un’operazione come quella della OMC?
Sarebbe necessario che si ripresentassero le condizioni di quel periodo. In quegli anni, non dobbiamo dimenticarlo, i nobili accettarono l’apertura di una fabbrica di quel tipo a Locri convinti che si trattasse di una vezzo della modernità che poco avrebbe cambiato lo status quo del comprensorio. Oggi siamo lontani da quel periodo di grandi intuizioni inaugurato da Rocco Scaglione e dalla sua idea di fondare il paese di Gerace Marina, un evento che avrebbe rappresentato la fondazione di una nuova società non più basata sullo sfruttamento e sulle colonìe, ma sugli investimenti. Il nucleo originale di Locri, dal momento della sua ideazione, venne costruito in appena tre anni. Come si fa a pensare che questa operazione si possa realizzare anche oggi se, per restaurare il Municipio, di anni ce ne hanno messi venti? O che si possa realizzare qualcosa in un periodo storico in cui tutta la Calabria non ha nemmeno una Società per Azioni come lo erano le industrie di cui stiamo parlando, in cui la gente aveva creduto e aveva voluto scommettere. Certo, Scaglione, come Bruzzese, aveva studiato fuori ed era certamente più lungimirante di altri che, invece, gli fecero palese ostruzionismo.
Volendo quindi provare a riproporre questo modello, oggi chi pensa che potrebbe fare questa differenza?
Chi si accultura, chi studia fuori con l’intento di ritornare, chi vive realtà lavorative funzionanti e le assurge a modello per uno sviluppo del nostro territorio. La Regione Calabria, anzi, dovrebbe incentivare questo genere di operazioni prevedendo lo stanziamento di fondi per chi ritorna con un progetto da realizzare in loco. È solo così che la Calabria potrà mettere fine a quella che io chiamo la “Strategia della Crisi” in cui si trova da decenni. Nel nostro territorio, all’incirca ogni cinquant’anni, siamo andati vicinissimi a un’occasione di riscatto poi malamente sprecata e sostituita da un periodo di crisi. Mi riferisco alla rivoluzione che avevano avviato i Martiri di Gerace, a quella sociale innescata da Bruzzese, all’opera del vescovo Luigi Perantoni. Ognuna di queste esperienze è terminata bruscamente proprio la “Strategia della Crisi”, inaugurata sempre da quei ribaldi che, dalla crisi, hanno sempre avuto da guadagnarci.

Autore: 
Jacopo Giuca
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