Allarme baby gang. Che fare?

Dom, 21/01/2018 - 12:40

I recenti episodi di violenza, verificatesi in diverse zone del Paese, hanno costretto i media a occuparsi delle baby gang. Il fenomeno era noto già da tempo, ma nella forma più mite del "bullismo". Non si può parlare di fulmine a ciel sereno: anni di dissoluzione di ogni valore in nome di una falsa idea di libertà, del trionfo del "vietato vietare" e del "diritto" alla soddisfazione di ogni capriccio hanno generato la violenza gratuita che oggi richiama la nostra attenzione. Il Ministro Minniti ha parlato di una violenza «nichilista», senza direzione né ragione, che esplode contro chi capita. Le baby gang non hanno idee, progetti né rivendicazioni. Non mirano a sovvertire un ordine ma solo a espandere disordine. Il loro agire è mera traduzione rabbiosa di invidia, noia e malcontento preesistenti. Ma oltre ai figli del nulla, vi sono anche i figli di pregiudicati che, in definitiva, vivono in coerenza con l'educazione e gli esempi ricevuti in famiglia. La pericolosità del fenomeno, che si aggiunge alla tanta violenza già presente, non può essere sottovalutata né è lecito "farci l'abitudine": una società che vuole rimanere civile non solo deve mettere fine a questi comportamenti, ma deve anche cercare di agire sui giovani violenti che, per quanto pericolosi, sono loro stessi vittime della confusione, della fragilità relazionale e del trionfo di disvalori. Che fare? Punizioni severe? Nuove leggi? Educazione? Sembra che molti osservatori indicano nell'educazione la via per affrontare il grave problema: ma chi deve educare? Il pensiero va alla Scuola, panacea di ogni male dei giovani, che dopo essere stata già investita di precise responsabilità nella prevenzione delle tossicodipendenze, del tabagismo, dell'alcolismo, dell'obesità e delle infrazioni stradali, ma l'elenco potrebbe continuare, deve occuparsi anche di prevenzione della violenza. Nessun dubbio che la Scuola deve svolgere funzioni diverse dal passato: la formazione culturale ed educativa deve essere intesa secondo connotazioni molto più ampie sia per la velocità dei cambiamenti che segna il nostro tempo sia per la fragilità dell'azione educativa delle famiglie. Trovata questa convergenza di massima sul senso della formazione scolastica oggi, c'è da chiedersi se è possibile cercare di conseguire questi ambiziosi obiettivi. La scuola segue i cambiamenti della società e soffre la svalutazione della cultura, del sacrificio, del senso del dovere. I governi italiani, da troppo tempo, non considerano la scuola una priorità anche quando riconoscono l'esistenza di una "emergenza educativa": forse le parole sul "ruolo essenziale della formazione" non mancano, magari sono anche riconosciuti gli sforzi dei docenti, ma gli interventi legislativi e le risorse economiche dedicate alla formazione smentiscono le belle parole, confermando la svalutazione della funzione della scuola e del ruolo dei docenti. L'educazione è, innanzitutto, relazione autorevole fatta di esempio e di comunicazione significativa: come può una scuola così svalutata essere significativa al punto di essere vera occasione di crescita umana e culturale. Come è possibile che la scuola, in queste condizioni, possa supplire la famiglia o, addirittura, reindirizzare un ragazzo, riportandolo sulla via della legalità contro il suo ambiente di provenienza. Il contatto con la realtà evidenzia che la "soluzione educativa" non è proprio a portata di mano, anzi. A completamento, almeno parziale, del quadro c'è da dire che la scuola può essere vissuta in modo opposto alla sua funzione: ci sono alunni che utilizzano il tempo scolastico per esercitarsi alla violenza non solo nei confronti dei coetanei, ma anche dei docenti che rappresentano l'autorità. Ci sono docenti che subiscono veri atti di bullismo che non denunciano per timore di essere considerati inadeguati al loro ruolo e finire sul banco degli imputati. Possiamo immaginare quale idea di se stessi sviluppano questi giovani che poi non avranno timore di agire anche contro l'autorità rappresentata dalle forze dell'ordine, come avviene sempre più spesso anche attraverso intimidazioni: l'impunità è così certa, a torto o a ragione, che non è ritenuto impensabile compiere attentati contro sedi e mezzi della polizia. Molte cose vanno ripensate! Si potrebbe cominciare dal ricordare che "educare" non è solo fatto dal positivo che abbiamo già detto, ma anche dalla forza delle regole, dei limiti che, a volte, bisogna dare, dai no che occorre dire. È anche necessario vietare! Ma se ogni occasione è buona per esaltare la vita "sopra le regole e trasgressiva" del personaggio di turno, credo che la violenza diverrà normale e non ci resta che sperare di non trovarci nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Autore: 
Giuseppe Giarmoleo
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