Benestare piange “l’urtimu tamburinaru”

Dom, 15/03/2020 - 17:30

Era l'urtimu tamburinaru della zona, Ntoni Richichi, ultraottantenne (primo a sinistra nella foto, con le bacchette in mano) che abitava a Careri.
Si è spento all'ospedale di Locri e il suo funerale è stato celebrato sotto una fitta pioggia di marzo e un vento gelido di tramontana. La banda, davanti alla chiesa, ha suonato per lui non solo marce funebri, ma anche la celebre marcia di Radetsky, come a ricordarci che lui è ancora tra noi. Ma è stato il tamburo, forse il suo, lo strumento che ha fatto piangere qualcuno, con cui sono state raccontate in giro per le piazze della Calabria pagine di gioia e di felicità, al tempo in cui le feste paesane avevano ancora il sapore delle cose sacre e fatte in casa.
Lui, Mastr'Antoni, un prestigiatore con le bacchette in mano, deliziava le folle al suono di "Mbìviti 'nu litru/'i chigli 'i quattru sordi/e mbivitìgliu tuttu/e vidi chi ti fa". Personaggio carismatico delle feste religiose, di facile parlantina e coinvolgente gestualità, è stato il mio collaboratore preferito di tante trasmissioni televisive dagli anni ’70 fino a qualche decennio fa, quando ha detto basta. Ntoni Richichi ricordava fatti fatterelli di memoria antica, raccontava la sua fanciullezza e la storia delle tradizioni popolari del proprio paese, come se le avesse vissute il giorno prima, con una partecipazione emotiva e un’acuta ricerca dei particolari fuori dal comune.
Ma al suo funerale nessuno lo ha ricordato, da buon profeta in patria. La nostra storia - col dialetto che è già morto e sepolto - è affidata solo alla penna di qualche intellettuale che non ha vissuto i fatti che racconta, come invece ancora riescono a fare i nostri attempati poeti dialettali, i cui libri, la gente, non li vuole nemmeno regalati. Ben sapendo anche che, in tempi di Coronavirus, c'è altro a cui pensare piuttosto che scrivere un encomio funebre per "l'urtimu tamburinaru”.

Autore: 
Franco Blefari
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