Calopresti: “Se i calabresi si sono piegati ai boss è perché non avevano altro”

Dom, 24/11/2019 - 09:30

"I bambini ci guardano" sembra essere la vocina che accompagna in sottofondo ogni scena di "Aspromonte - la terra degli ultimi", il nuovo film di Mimmo Calopresti, uscito al cinema lo scorso 21 novembre. E a guardare sono i bambini di oggi e di ieri, a cui il regista si rivolge affinché sappiano, affinché capiscano quale sia la vera natura della gente d'Aspromonte, e si riconoscano. Girata tra Ferruzzano e Africo, liberamente ispirata al romanzo “Via dall’Aspromonte” di Pietro Criaco, la fiaba poetica di Calopresti, che tanto ha del neorealismo italiano, è ambientata negli anni '50 ed è la metafora dei mali di ogni Sud del mondo. Al centro del film una piccola ma solidale comunità che deve fronteggiare l’abbandono dello Stato, l’immobilismo delle istituzioni e le vessazioni dei poteri forti.
Per sciogliere alcuni nodi sulle tematiche affrontate nel film e capire quale sia lo stato di salute del settore cinematografico in Calabria abbiamo intervistato Mimmo Calopresti che, nonostante i mille impegni, ha accettato di fare quattro chiacchiere con noi.
Perché ha scelto di dedicare un film ai calabresi?
Intanto perché sono calabrese, calabrese è anche il produttore Fulvio Lucisano, che oggi ha 90 anni; suo padre era di Santo Stefano d'Aspromonte, aveva sette fratelli. Perciò, qui abbiamo le nostre dinastie! Fulvio è poi un grande amante di Corrado Alvaro ed entrambi siamo convinti che la gente calabrese abbia lavorato tutta la vita per affermarsi nel mondo e ne abbiamo grande rispetto.
Pensa che ce l'abbia fatta la gente di Calabria ad affermarsi?
I calabresi ovunque vadano sono capaci. Sono stato in Australia ma anche in altre parti del mondo e ho incontrato tanti calabresi che si sono affermati e che continuano ad amare la loro terra e a mantenere intatta la propria identità.
Pensa che un giorno sarà più la gente calabrese in giro per il mondo di quella che resterà nella propria terra?
Penso di sì. Nel film racconto della costruzione di una strada per muoversi, per andare alla marina, per andare via... Io oggi incontro tantissimi ragazzi calabresi e quindi penso che un giorno saremo un popolo disperso nel mondo. Questo però non ci impedirà di portarci dietro il nostro modo di essere, il nostro modo di stare al mondo che è particolare e in cui ci riconosciamo sempre.
Crede che sarebbe una fortuna se dovessimo fare questa "fine"?
La fortuna sarebbe partire per poi ritornare e realizzare lì dove si è nati quello che si vuole nella vita. Partire non deve essere un obbligo e deve presupporre un ritorno alla terra di origine e tra le persone in cui ci si riconosce, in mezzo alla bellezza che è propria della Calabria e a cui è impossibile non affezionarsi.
Quindi quando fa dire a Cicciu u poeta, interpretato da Marcello Fonte, "tutti cercano un posto dove vivere, invece è importante trovarne uno bello dove morire" fa riferimento a questo, al fatto che la Calabria è un posto in cui fare ritorno?
Assolutamente. La Calabria può contare su una sorprendente bellezza pittorica che merita di essere contemplata e di cui è bello poter godere. Ricordo che i miei genitori avevano nostalgia di quella bellezza, ed è quella nostalgia che bisogna sanare.
Perché ha scelto di far giungere ad Africo un'insegnante del Nord?
Intanto per una questione storica: allora era diffusa tra gli intellettuali del Nord l'idea di portare la cultura al Sud, lì dove non c'era. Pensiamo ad esempio a Umberto Zanotti Bianco... L'altra ragione è un po' provocatoria: ho voluto lanciare l'idea che dal Nord può arrivare ricchezza, non serve migrare. Può, infatti, accadere che la ricchezza e la cultura anziché andarcele a cercare, arrivino da noi spontaneamente. E allora: benvenute!
Al centro del racconto la costruzione di una strada a cui si oppone sia la politica sia il capobastone. È una metafora? È quella strada che tante volte i calabresi hanno voluto tracciare ma non è stato loro permesso?
L'uomo va sempre in cerca di una strada e di una possibilità, anche i calabresi ci hanno provato ma né il potere centrale, né quello locale sono stati loro d'aiuto. Avere un'opportunità, sapere che c'è una strada che conduce alla libertà è fondamentale nella vita di tutti gli esseri umani, non solo dei calabresi. Purtroppo, però, percorrendo questa strada spesso ci si imbatte nel Potere, in tutte le sue forme, che ha altri progetti per la vita delle persone e non è molto contento di lasciarle decidere da sole. Il Potere ti espropria della tua possibilità di scelta. Io sono per una Calabria che si batte contro chiunque impedisca alle persone di esprimersi liberamente.
Don Totò, interpretato da Sergio Rubini, è il signorotto del paese che tutti trattano come un capo. "Lo trattano come un capo - dice la maestra al carabiniere - perché non hanno altro". Ad Africo, infatti, non c'era che un pulviscolo di Stato, solo tre carabinieri. Finalmente lei ha avuto il coraggio di dire che la Calabria ha subito, sì, il potere della 'ndrangheta ma perché ha sofferto una grande assenza: lo Stato...
Non solo, in diversi casi lo Stato ha dimostrato di essere compiacente con la 'ndrangheta, permettendole di esercitare il controllo. Quindi allo Stato in realtà della Calabria non gliene è mai fregato niente, l'ha abbandonata a se stessa. Sono state avviate forme di industrializzazione senza avere un progetto che partisse dal territorio, senza conoscere le esigenze di chi ci viveva...
Pensando magari che quello che si era rivelato vincente al Nord potesse valere anche al Sud...
Esatto. Sono state realizzate fabbriche in posti in cui si sapeva che non avrebbero funzionato. Ne ho viste di tutti i colori in Calabria. Quello che qui è sempre mancato è il potere del popolo, un popolo rappresentato, che può decidere, scegliere, confrontarsi senza essere costretto ad andare dietro al primo che capita. Questo è il dramma: alla fine si accetta quello che c'è anche se non porterà a nulla di buono. Siamo riusciti persino a far diventare un piccolo eroe Salvini!
Prima ha detto che della Calabria allo Stato non è mai fregato nulla. Il più delle volte, infatti, i calabresi hanno dovuto sbrigarsela da soli. E poi magari, usciti vittoriosi da qualche impresa, anche contro la 'ndrangheta, lo Stato era lì pronto ad appuntarsi medaglie. È questo che ha voluto dimostrare nella scena in cui Peppe, il protagonista interpretato da Francesco Colella, spara a Don Totò e nello stesso istante sopraggiungono i carabinieri chiedendo di dire che erano stati loro a ucciderlo?
Esatto, lo Stato più volte si è preso meriti che non aveva. In questo caso, il protagonista glieli lascia prendere, non gli importa di essere lui l'eroe della situazione, non è quella una vittoria. La vittoria è battersi per i propri diritti, magari non ci si riesce, ma provarci è già qualcosa, ti dà identità, ti dà forza. La soluzione non sono mai i carabinieri, la legge da sola non basta, serve la cultura.
"Aspromonte - La terra degli ultimi". Come si può uscire da questa condizione di ultimi?
Intanto riconoscendosi, senza aver paura di quello che si è. E poi cercando di non chinare mai la testa di fronte ad alcuno: le cose si conquistano, non si elemosinano. Non dobbiamo sperare che ci sia sempre qualcuno pronto a darci ciò di cui abbiamo bisogno, quello di cui abbiamo bisogno possiamo combattere per averlo. Bisogna affermarsi con le proprie forze: ultimi si smette di essere quando si diventa protagonisti.
Prima di Aspromonte ha girato "Immondezza - La bellezza salverà il mondo", un viaggio alla scoperta del Sud Italia con i suoi paesaggi mozzafiato e i tesori artistici e architettonici. In "Aspromonte" inserisce un nuovo elemento, la poesia. "L'Aspromonte è la terra dei poeti" - dice Ciccio. Puntiamo sulla poesia visto che la bellezza finora non è bastata?
No, teniamoci la bellezza perché è una bellezza poetica. Nel corso delle presentazioni del film, molti sono rimasti a bocca aperta di fronte alla bellezza dell'Aspromonte. Anch'io avevo dei pregiudizi su questo tipo di bellezza, poi, però, quando la si vive, ci si accorge che qui c'è qualcosa di necessario per la vita delle persone. È un Eden, è un paradiso, l'Aspromonte! Ma c'è anche dell'altro, c'è della poesia, che va scoperta. Quella poesia è necessaria per affermarsi, anche sul posto, non necessariamente fuori. Non si tratta quindi di una bellezza da cartolina, ma va oltre. E questo è espresso bene nel film da Marcello Fonte, che è poesia pura anche nella vita. Il personaggio che interpreta lo vedevo da bambino in giro per il paese e la gente lo considerava un po' lo scemo del villaggio. Negli anni, poi, ci ho ripensato: quei personaggi lì tramettono bellezza, ci fanno divertire e dicono delle verità che la gente ha paura di ascoltare.
Cosa i calabresi capiranno in più di se stessi guardando il film e cosa, invece, capiranno gli altri dei calabresi?
Spero che i calabresi, dopo aver visto il film, escano dalle sale e capiscano che potenza e che grande ricchezza possiedono, una ricchezza che ha a che fare con le loro origini, con quello che sono stati i loro padri, una ricchezza che devono far fruttare. Quanto agli altri, spero che inizino ad avere un po' di rispetto per questo popolo. Lunedì scorso c'è stata l'anteprima del film a Milano, una sala strapiena tra cui tantissimi calabresi che non vedevano l'ora di vedere il film, e anche tantissimi ragazzi figli di calabresi ma nati altrove che non sanno cosa sia la Calabria e che erano curiosi di vedere se avessi mostrato la terra dei loro padri così come loro gliel'hanno raccontata. Uno di questi ragazzi mi ha detto: "Nel film ho ritrovato quello che mio padre mi dice sempre ma che non riuscivo a capire". Questo per me è stato un complimento enorme! Se riuscissi a far dire ad altri ragazzi, figli di genitori calabresi, "finalmente ho capito chi era mio padre" per me sarebbe una vittoria assoluta.
Qualche settimana fa abbiamo dedicato ampio spazio a quella che abbiamo definito la "fabbrica del cinema". Finalmente sembra essere arrivata una nuova era per la Calabria, è d'accordo?
Assolutamente. Durante le riprese del film ci siamo impegnati per creare delle strutture che rimangano sul territorio come, ad esempio, scuole per attori. Adesso in tanti vogliono venire a girare qui in Calabria, molti mi chiedono "con chi devo parlare per fare un film lì?"; proprio stamattina mi hanno chiamato perché cercavano un'attrice calabrese di 40-50 anni, al che ho risposto: "Chiama Lele Nucera che te la trova subito!". C'è qualcosa che si è mosso attorno al mio film che era già in azione prima, a dire il vero. La Regione Calabria destinerà 10 milioni di euro al settore cinematografico: se si riuscisse a trasformarli in posti di lavoro per la Calabria sarebbe una possibilità di sviluppo enorme. Le persone che hanno lavorato al mio film, soprattutto quelle provenienti dal territorio, hanno portato una speranza, ovvero quella di poter rimanere qui e fare cinema, un cinema fatto di sentimenti, quelli che abbiamo esportato un po' ovunque nel mondo e quelli per cui il mondo ci ama.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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