Caro Matteo, in Calabria la speranza sta a zero mentre l'antimafia fa cappotto

Dom, 08/12/2019 - 09:30

Caro Matteo,
ho seguito con molto interesse e tantissima rabbia (nei confronti dello Stato, è chiaro!) il servizio che lo scorso 26 novembre hai realizzato per Le Iene. So che non è la prima volta che provi a far capire agli italiani come una legislazione sacrosanta, pensata per combattere la mafia, possa clamorosamente fallire distruggendo aziende e vite umane. Ci proviamo da anni anche noi con il risultato, però, di provocare l’ira e lo sdegno dei cultori dell'antimafia da talk show e dei loro followers, sempre pronti a etichettarci come “pro-ndrangheta”. Perché qui, devi sapere, che chi cerca di mettere in luce le crepe dell'antimafia, diventati ormai trafori, viene immediatamente e necessariamente accostato alla mafia. Non può essere altrimenti. Ma noi, come si suol dire, ci abbiamo fatto il callo e andiamo dritti per la nostra strada.
In questi anni ho conosciuto diversi imprenditori con storie drammatiche come quelle della famiglia Cavallotti e dei fratelli Niceta di Palermo, da te raccontate. Gente che, tutt’a un tratto, si è ritrovata catapultata nella farraginosa macchina della giustizia, nei suoi ingranaggi spesso privi di senso tanto da finire per pensare, mi ha confessato un giorno un imprenditore, che "più malavita della giustizia non c’è”.
Qui, più che altrove, l’antimafia - con i suoi santoni e tromboni che dai sottoscala di procure e prefetture esibiscono stimmate di immacolate esistenze e dividono il mondo tra buoni e cattivi - si è trasformata in un’occasione di lotta senza quartiere e senza regole. Perché se le regole della mafia nel corso degli anni le abbiamo più o meno apprese, quelle dell’antimafia galleggiano in acque torbide.
Le interdittive antimafia hanno finito a morte centinaia di aziende calabresi. La nostra regione, Matteo, detiene un triste primato: sono 549 le interdittive antimafia che tra il 2014 e il 2018 hanno colpito le nostre imprese. 222 solo nella provincia di Reggio Calabria, quasi quanto tutto il nord-est e più del nord-ovest.
Chi viene colpito da una misura drastica come l'informativa antimafia si vede distrutta l'attività lavorativa senza mezzi termini. Tutto alle ortiche, come dici tu. E la cosa che fa rabbia è che si sta desertificando la Calabria lasciandosi guidare esclusivamente da ipotesi, vaghi sospetti, non dati di fatto. Solo il lusso del mero gioco associativo. Numerosi, purtroppo, nell'esperienza degli ultimi anni, sono risultati i casi in cui il potere prefettizio è stato esercitato in modo distorto e patologico, e, sulla base di un "fumus" che non ha trovato riscontro nei fatti, tantissime aziende hanno patito un irrecuperabile danno di immagine, oltre che economico. E insieme alle aziende, il territorio. Credimi, sono tantissime le imprese calabresi che sono state condannate all' "ergastolo" per mere suggestioni ideologiche o per "onorare" idee politiche che hanno come preciso obiettivo quello di fare terra bruciata del Sud. E nessun politico ha il coraggio di muovere un dito a difesa di queste aziende per timore di essere ritenuto a favore delle mafie.
Si sta facendo fuori un territorio nel silenzio più imbarazzante. Com'è possibile che se si paventa la chiusura di un'azienda con 1000 dipendenti, lo Stato si mobilita per salvare i posti di lavoro, invece, se in Calabria chiudono 549 aziende per interdittiva antimafia, magari con 30 dipendenti ciascuna, che creano, quindi, oltre 16 mila posti di lavoro, il tutto sembra normale e ossequioso ai principi di legalità?
In Calabria è stata azzerata la speranza imprenditoriale in nome di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini. Viviamo costantemente a fior di sospetto in un'emergenza che non conosce tregua e che viene spacciata per sicurezza. Il risultato finale è radicalmente anticostituzionale, ma consente ottime carriere, protette da un circuito autoreferenziale che si alimenta da sé e sfugge a qualsiasi critica.
Ma verrà il giorno in cui qualcuno dovrà rendere conto di questa propaganda manettara a buon mercato che si è servita del sospetto per finirci a morte. E vorrei tanto che quel giorno giungesse presto, per questo ti chiedo di continuare a occuparti degli effetti drammatici delle interdittive nei tuoi prossimi servizi, magari volgendo lo sguardo anche alle imprese calabresi. Perché si sta facendo sempre più tardi.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
Rubrica: 

Notizie correlate