Castiglione nero di Natile

Lun, 11/11/2019 - 17:40
I frutti dimenticati

L’appuntamento era alle ore 8,30 alla casa di Brancaleone di Francesco Amodei, fondatore di Palazzo Spinelli di Firenze, il prestigioso Istituto Internazionale di restauro, e mio amico di infanzia. L’obiettivo era un tour paesaggistico nell’Aspromonte orientale per visitare due simboli importanti di tale montagna: Pietra Cappa e le Rocce di S. Pietro.
Sul fuoristrada di Pino Furferi, suo cognato, capace di contenere fino a 11 persone, ci arrampicammo, le ruote sono alte più del solito, in sei: Graziella, sorella di Pino, sua cugina dallo stesso nome e cognome, Stefano Rossi di Firenze, Mico Marino di Motticella, ma residente ad Imperia, acquarellista ed esperto d’innesti e io.
Arrivati a Natile Nuovo ci fermammo all’ottimo bar Galea e dopo una consumazione di qualità puntammo verso la montagna allietati dalle fiabe aspromontane di Francesco Perri sulle leggende di Pietra Cappa, raccontate da Graziella Furferi, mentre in seguito Mico Marino cominciò a raccontare le vicende di San Pietro, tratte dalla Bibbia dei Poveri.
Dopo aver ammirato Pietra Cappa dal posto più vicino, tentammo di raggiungere i ruderi del monastero basiliano di San Giorgio, ma sbagliammo pista e ritornammo indietro per visitare le Rocce di San Pietro, ma solamente Stefano Rossi ed io visitammo il romitorio probabilmente basiliano ricavato su due piani che da lontano appare come un teschio: sul secondo sono scavate due tombe.
Le due signore, soffrendo di vertigini non sono state capaci di raggiungere il romitorio, mentre Mico Marino avendo subito un intervento chirurgico ai ginocchi non ce la fece a risalire un erta rocciosa, mentre Pino Furferi partendo in solitaria, andò oltre le rocce di S.Pietro.
Egli però le aveva vistate una decina di anni addietro assieme  a me, quando la sua defunta moglie Pinuccia Amodei, comproprietaria di Palazzo Spinelli aveva commissionato a suo marito e a me il reperimento di un posto ideale dove la sua amica, l’attrice televisiva Elisabetta Coraini avrebbe dovuto posare denudata davanti ad un fotografo per una serie di foto che avrebbero dovuto abbellire una sua opera di poesie, Femina Fera.
Pinuccia aveva raccomandato a suo marito e a me di non sbirciare mentre Elisabetta posava nuda e ambedue ci eravamo messo all’ombra di un leccio, era l’agosto di un’estate torrida, alla base della roccia ed avevamo cominciato a dormire.
All’improvviso personalmente sentii il fracasso di tanti campanacci ed emergere al seguito di una mandria di capre belanti Bastiano Codispoti che urlando come un Polifemo, incitava le capre a risalire la Roccia di San Pietro per dirigersi, rasentando il romitorio, verso il sottostante “jazzu”.
Svegliato di soprassalto arrampicandomi velocemente, raggiunsi Elisabetta che stava posando dentro il romitorio a forma di teschio e l’avvisai dell’arrivo di una mandria di capre con il pastore.
In pochi secondi l’attrice si rivestì e tutti assieme lasciammo le Rocce di San Pietro.
Dieci anni prima scendendo verso il romitorio, avevo avvistato sulla sinistra, prima della discesa che porta all’ovile di Bastiano Codispoti una pianta di vite inerpicata su un leccio ed il gennaio seguente andai a recuperare dei tralci con cui innestai nella mia vigna alcune viti.
Al ritorno, dopo che assieme a Stefano Rossi andai a visitare l’ovile di Bastiano, che talvolta era duro con le sue capre, ma che poi s’inteneriva quando suonava delle antiche melodie con il suo “ fischjottu a paru” ossia due flauti di canna accoppiati oppure quando con “l’acsi” (l’angolo tagliente di un’ascia) della sua scure incavava pezzi di erica arborea (brivèra) per ricavarne cucchiai o altri oggetti, volli rivedere da lontano la vite che quando la individuai la prima volta era carica di uva nera e che una signora all’epoca, accompagnata a due fanciulli indicò come Castiglione di Natile.
Dello stesso tipo ora avrò una decina di viti che producono dei grappoli eleganti, ricchi di pruina, che è indicatrice di qualità.
Cinque anni addietro Gustavo Gonzalez, enologo di fama internazionale, visitando la mia vigna assieme all’ingegnere Cesare Scarfò, originario di Locri, ma ora dimorante all’isola del Giglio, facendo le prove sensoriali di un centinaio di grappoli, giudicò di qualità l’uva del Castiglione di Natile, da cui si potrebbe ricavare un vino di qualità.

Autore: 
Orlando Sculli
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